L’Italia ha una grande risorsa che potrebbe lanciare una nuova sfida nella produzione dei vaccini. A Castel San Pietro Terme, in provincia di Bologna, sorge, infatti, l’impianto della Bio-on plants srl, oggetto della “candidatura” da parte del presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini per il piano nazionale a cui sta lavorando il governo. L’idea è quella di creare un distretto produttivo all’avanguardia all’insegna del binomio ricerca e sviluppo. La suggestione, però, arriva a a brevissima distanza dalla data fissata dal tribunale per l’asta dell’azienda (5 maggio), fallita nel dicembre 2019 nel bel mezzo di una vicenda rocambolesca.

Il fallimento della Bio-on

Per lungo tempo considerata insieme a Yoox (oggi Ynap), uno dei rari “unicorni” italiani, ovvero imprese che hanno raggiunto rapidamente una capitalizzazione superiore al miliardo di euro, l’azienda Bio-on è stata  fondata nel 2007 da due piccoli imprenditori fino ad allora sconosciuti, Marco Astorri e Guido Cicognani, con l’obiettivo di produrre bioplastica green e ad alto tasso di innovazione.

Era il 24 luglio di due anni fa quando Quintessential capital management, fondo azionario ribassista di New York, accusava Bio-on di essere un castello di carta, un’azienda evanescente. Le accuse sono gravi: “tecnologia improbabile”, “fatturato e crediti simulati”, un network di “scatole vuote”, nonché una situazione finanziaria precaria e irregolare; “una Parmalat a Bologna” così apostrofa l’azienda il report americano.  Una tempesta mediatica e finanziaria che fa precipitare la società: le azioni crollano, il titolo sospeso. Alcuni mesi dopo arriva l’inchiesta giudiziaria: la procura di Bologna opta per misure severe per tre uomini chiave del gruppo, in particolar modo nei confronti del fondatore ed ex presidente Marco Astorri, indagato per false comunicazioni sociali e manipolazione del mercato. Nel dicembre 2019 viene dichiarato il fallimento e l’azienda viene affidata ai curatori che la guideranno verso bando di vendita.

Di questo nucleo prezioso restano in piedi la società che si occupa dei brevetti e la Bio-on plants srl, il cuore della produzione di bioplastica che sorge in quel di Castel San Pietro Terme, un nucleo di eccellenza dove lavorano ricercatori e professionisti ad alto livello. Poi, un anno fa, lo scoppio della pandemia mette in stand by la procedura fallimentare e l’impianto va avanti per ordinaria amministrazione con poche decine di dipendenti e i curatori fallimentari che garantiscono la manutenzione degli impianti.

Il 12 marzo scorso, la Procura di Bologna con il procuratore aggiunto Francesco Caleca e il Pm Michele Martorelli ha chiuso la fase delle indagini preliminari su Bio-on per dare il via alla fase successiva.

Un destino diverso per la Bio-on?

Dopo la proposta di Bonaccini, la svolta. È di pochi giorni fa la notizia secondo cui il governo valuterà lo stabilimento di Bio-on per la produzione di vaccini anti-Covid. La conferma alle indiscrezioni circolate nei giorni scorsi è arrivata dal capogruppo del Pd in commissione Attività produttive della Camera, il bolognese Gianluca Benamati, che ha presentato un’interrogazione all’esecutivo del premier Mario Draghi.

Ma come si passa dalle bioplastiche ai vaccini? La Bio-on possiede 5 super fermentatori, o meglio bioreattori, risultato di un lavoro più che decennale, tra i più grandi al mondo che prima del tracollo servivano a produrre plastica “naturale” derivante da batteri, costati oltre 40 milioni di euro. In generale, esistono bioreattori di diverse dimensioni, da quelli da 1 litro di volume, utilizzati sui banconi dei laboratori di ricerca, fino a quelli da 1 milione di litri, usati per le grandi produzioni industriali. Se i fermentatori di una casa farmaceutica di medie dimensioni hanno una capacità compresa tra i 2000 e i 5000 litri, quelli dell’azienda bolognese raggiungono il volume di circa 100mila litri, interamente convertibili alla causa dei vaccini per milioni persone. Il problema principale degli impianti delle case farmaceutiche, infatti, è che in giro per il mondo vi è una sequela di fermentatori di dimensioni medio-piccole che, fra l’altro, devono condividere la produzione con altre filiere come quella degli antibiotici, dei farmaci oncologici o dei farmaci da banco.

La regione Emilia-Romagna considera Bio-on un “patrimonio”, il perno attorno al quale far nascere un distretto produttivo nazionale di vaccino in un territorio all’avanguardia nel biomedicale e nel packaging. “Stiamo dialogando con il governo”, aveva annunciato all’Agi il 9 marzo scorso l’assessore regionale allo sviluppo economico Vincenzo Colla, spiegando che se l’esecutivo dovesse considerare Bio-on un’azienda di “interesse nazionale” per la produzione del vaccino “Ci sarebbero anche gli strumenti per agire con velocità. La golden share, la decretazione d’urgenza sono tutte cose possibili rispetto ad uno scenario di questa portata, però sono valutazioni in capo al governo”. L’ok al dialogo con l’esecutivo è giunto anche dal Consiglio metropolitano della città di Bologna che chiede al premier Mario Draghi “in sintonia con quanto già richiesto dalla Regione Emilia-Romagna, di valutare attentamente e in tempi rapidi la possibilità di utilizzare gli stabilimenti e i bioreattori, opportunamente riconvertiti, per una produzione di vaccini autorizzati che consenta di fronteggiare non solo una situazione di emergenza, ma anche e soprattutto le esigenze di medio lungo periodo”.

Cosa sta accadendo

Come già detto, a maggio l’azienda e i suoi brevetti verranno messi all’asta. Le notizie circa gli interessati notevoli (tra cui ENI, Invitalia e perfino la fondazione di Bill Gates e i russi con Sputnik) sono poche, patinate e ufficiose, anche per non turbare l’asta che ha come base di partenza la cifra astronomica di 95 milioni di euro.  Al di là della reale fattibilità tecnica dell’idea, giunta sul tavolo dei ministri dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti e dell’Economia Daniele Franco, si tratta di definire le procedure di un eventuale intervento del governo che sottragga questi dispositivi all’asta fallimentare, necessaria a valorizzare ciò che resta del patrimonio aziendale e a tutelare i creditori.

I tempi, tuttavia, non sono iper-rapidi. Dalle pagine del Resto del Carlino, Valentina Marchesini, direttrice risorse umane dell’omonima multinazionale di Pianoro, leader nel confezionamento di prodotti farmaceutici, cosmetici e alimentari, sottolinea che “la riattivazione dei reattori di Bio-on non si fa in cinque minuti. Ma ci vogliono almeno quattro mesi. E mettere in campo una linea d’infialamento sterile non si fa in due settimane”. Inoltre, resta da capire se, nel distretto bolognese, l’Italia competa per un “proprio” vaccino o per produrre linee per Pfizer, Moderna o AstraZeneca che cedono il loro brevetto.

A conti fatti, dunque, prima dell’autunno anche il miracolo del vaccino made in Bo pare improbabile. Ma non impossibile.