Sulla scorta dei dazi Usa e della guerra commerciale dell’amministrazione di Donald Trump potrà nascere un “fondo sovrano” statunitense capace di gestire le sfide di un rinnovato mercato globale in cui le questioni di sicurezza nazionale incorporano come loro sottosfera le grandi partite economiche? Questa è la convinzione di Scott Bessent, segretario al Tesoro di Trump e responsabile delle politiche economico-finanziarie e della strategia di sicurezza economica nazionale del governo a stelle e strisce.
L’ex manager dei fondi del finanziere ungaro-americano George Soros ha in una recente intervista a Fox Business sottolineato che, di fatto, “abbiamo accordi in vigore in base ai quali i giapponesi, i coreani e, in una certa misura, gli europei investiranno in aziende e settori da noi gestiti, in gran parte a discrezione del Presidente”, aggiungendo che “questi Paesi ci stanno, sostanzialmente, garantendo un fondo sovrano” e indicando in 10mila miliardi di dollari il valore complessivo della manovra attivata dall’amministrazione su un orizzonte decennale.
Bessent fa riferimento al fatto che il combinato disposto tra gli impegni di investimento presi dai Paesi che hanno negoziato gli accordi sui dazi reciproci con gli Usa, le spinte alla spesa in conto capitale delle imprese Usa che intendono evitare i dazi interni alla loro catena del valore investendo all’estero e le entrate garantite dalle tariffe possa raggiungere nei prossimi dieci anni questa considerevole cifra, a dimostrazione della pulsione americana per una re-ingegnerizzazione dei rapporti di forza economici e politici su scala internazionale.
Sono questi i processi tramite cui gli Usa intendono costruire l’equivalente americano dei fondi sovrani di grandi produttori di materie prime energetiche come Norvegia, Russia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Trump ha iniziato il suo secondo mandato totalmente impastato di questa logica volta a stabilire il predominio della sicurezza sul business, a vedere la prosperità come conseguenza della stabilità dei settori strategici e della capacità degli Usa di tenere le redini sul loro sviluppo.
Un ordine esecutivo del 3 febbraio diceva esplicitamente che “è nell’interesse del popolo americano che il governo federale istituisca un fondo sovrano per promuovere la sostenibilità fiscale, ridurre l’onere fiscale sulle famiglie e sulle piccole imprese americane, garantire la sicurezza economica per le generazioni future e promuovere la leadership economica e strategica degli Stati Uniti a livello internazionale”.
Lutnick e la strategia di sicurezza economica
Finora, non è ancora nata un’istituzione di nuova costituzione che incameri i proventi di determinati settori o i fondi pubblici e li orienti verso un investimento strategico in settori critici, ma Washington ha già compiuto mosse decisamente non convenzionali come l’ingresso col 10% nel capitale del produttore di chip Intel o la manovra del Pentagono che ha portato a rilevare il 15% di MP Materials, produttrice di terre rare.
Al contempo, il think tank Official Monetary and Financial Institutions Forum (Omfif) parlava prima dell’intervista di Bessent di un “fondo sovrano non convenzionale” di fatto messo a terra dagli Usa tramite politiche che cerchino di realizzare “la prassi generale dei fondi sovrani globali, ovvero ricercare sia la promozione industriale strategica sia i rendimenti finanziari nei propri investimenti: un doppio risultato, termine coniato dall’Ireland Strategic Investment Fund” conseguibile perché “il capitale sovrano potrebbe evitare l’effetto di spiazzamento e sbloccare il capitale privato fungendo da piattaforma di co-investimento”. Vale per Intel, vale per MP Materials ma anche per piani come Stargate, il progetto sull’intelligenza artificiale sostenuto da Trump, e ovviamente per l’operazione daziaria.
Vegliata da un Tesoro Usa mai così “geopolitico” e da un Dipartimento del Commercio guidato da Howard Lutnick, fautore di una strategia di sicurezza economica da attuarsi tramite la leva tariffaria e i conseguenti negoziati, la strategia di Trump di dare proiezione e leadership al mondo economico americano facendo pesare tanto la sua apertura globale quanto il suo ruolo predominante in molti settori critici sta rimodulando molti paradigmi consolidati. E dando attuazione a cambiamenti nella percezione del ruolo delle catene del valore e del mercato che già l’era post-pandemica aveva fatto emergere.
Assistiamo all’emersione di un “capitalismo nazionalista”, come l’ha definito il finanziere Guido Maria Brera nel suo podcast “BlackBox”, che applica il principio America First in purezza. L’America prima di tutto, da cui dazi e protezione dei settori economici, e l’America prima di tutti, leader globale, nella percezione strategica e geoeconomica. Con in più la “tassa” fatta pagare a partner e alleati, o quantomeno richiesta. Saprà questa dinamica economica prender piede oltre annunci che sembrano chiamati più per accontentare Trump che per reale adesione a questo modello? E come si sposerà questo nuovo corso con un’America già piena di problematiche e disuguaglianze? Capirlo consentirà di vedere quanto la prospettiva del fondo sovrano Usa “de facto” sia concreta.