La geopolitica della corsa allo spazio
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Dopo la fiammata di deprezzamento delle prime settimane dell’invasione dell’Ucraina il rublo recupera terreno spinto dalla relativa fiducia che circola negli ambienti economici russi: l’Occidente non è ancora pronto a premere il pulsante nucleare della disconnessione completa di Mosca dall’economia internazionale, a bloccare le importazioni energetiche, a disconnettere ogni banca russa dal sistema Swift.

Il rublo respira

Il cambio col dollaro è passato dal valore di 81,48 rubli per un dollaro del 23 febbraio, vigilia dell’invasione, a quello di 139 a 1 nel giorno del 7 marzo, segnalando una svalutazione del 41,39%. In seguito la stabilizzazione relativa lo ha riportato su un terreno di maggiore sostenibilità: dal 7 al 22 marzo, su un periodo di tempo paragonabile a quello precedente, il rublo ha guadagnato circa un terzo della perdita di valore, apprezzandosi del 34,1% per la precisione.

Un dollaro è scambiato ora con 103,96 rubli (chiusura del 22 marzo): ciò segnala un deprezzamento complessivo su base mensile del 21,63%, tutt’altro che indifferente ma decisamente più contenuta rispetto alle iniziali aspettative che lasciavano presagire uno tsunami finanziario. La scelta di Mosca di pagare una prima cedola di bond denominata in dollari e di evitare così, per ora, il default ha fatto il resto, bloccando lo stimolo a una ulteriore fuga di capitali.

Come mai il rublo non è andato in avvitamento nonostante le previsioni di un crac economico con pochi precedenti per la Russia, i timori di un’insolvenza del  Paese e l’assedio economico occidentale? Le ragioni sono numerose.

In primo luogo, è lo stesso Occidente ad aver dato una sponda al rilancio del rublo continuando con gli acquisti di gas e petrolio. In sostanza, la rendita quotidiana di Mosca da fonti fossili sta negando parte dell’efficacia delle sanzioni già prese.  “Preservati dal blocco”, ha scritto Federico Fubini sul Corriere della Sera, “gli istituti pubblici russi Gazprombank e Sberbank incassano ancora euro e dollari in cambio di gas, petrolio e carbone venduto all’Europa”, che contribuisce secondo i calcoli del ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani con una somma compresa tra i 700 milioni e il miliardo di dollari al giorno.

In secondo luogo, c’è l’utilizzo di queste risorse. Le banche pubbliche russe commerciano gas e petrolio nelle valute occidentali e li reinvestono per rafforzare il cambio: “con l’80% di quei flussi di moneta forte acquistano rubli, sistematicamente. In altri termini la moneta di Mosca si rivaluta perché sostenuta dagli interventi – almeno venti miliardi di euro nell’ultimo mese – con soldi degli europei”. Gli Stati Uniti e il Regno Unito hannno chiuso alle importazioni di combustibili fossili, ma rappresentano solo una piccola quota degli acquisti dalla Russia.

Il ruolo di Elvira Nabiullina

Terzo punto chiave è il ruolo della Banca centrale russa. La figura chiave in questa fase politica nel campo interno alla Russia è la governatrice Elvira Nabiullina. Personalmente contraria all’invasione, la donna che da Ministro delle Finanze ha gestito la Grande Recessione e da governatrice (in carica dal 2013) la tempesta delle sanzioni del 2014, si trova di fronte alla prova più dura: gestire un’economia in declino chiamata a riconvertirsi allo sforzo bellico, un mercato valutario interno nel caos, la morsa di nuove sanzioni.



La Nabiullina ha scelto una strategia molto chiara in questi anni, paragonabile alla linea di Luigi Einaudi (governatore della Banca d’Italia) e Giuseppe Pella (Ministro del Tesoro) nei governi italiani dell’immediato secondo dopoguerra guidati da Alcide De Gasperi: stimolare parallelamente l’accumulazione di riserve e una linea prudente di bilancio. “I tecnici economici del governo e Nabiullina non si sono piegati a pressioni populiste, cercando di parare per quanto possibile le ripercussioni della politica sulla disastrata moneta russa, e stringendo i cordoni della borsa, fin troppo secondo alcuni critici, perfino quando si sarebbe potuto utilizzare i fondi cospicui accumulati nel Fondo sovrano per finanziare il lockdown”, ha notato Il Foglio. Nabiullina ha potuto alzare i tassi da un giorno all’altro, dal 9,5% al 20%, per salvare il rublo dallo tsnuami sanzionatorio proprio perché la prima donna a capo di una grande banca centrale della storia contemporanea ha negli anni impostato una strategia su due binari: contenimento del deficit e apprezzamento del rublo con la rendita energetica.

Ora proprio su questo stretto crinale si gioca il futuro del rublo e dell’economia russa: la “linea Nabiullina” terrà e con essa la sostenibilità del debito pubblico e della valuta? Mosca ha spazi di manovra dati dalla rendita energetica e da un indebitamento relativamente basso, che potrebbe esplodere solo in caso di prolungamento delle guerra e fine delle esportazioni energetiche. Ma proprio su questo fronte si gioca il futuro del Paese: la Nabiullina ha costituito un vero e proprio “stock di ricchezza: le riserve in valuta della Banca centrale, che sostiene l’autonomia, o, se si preferisce, la sovranità della Russia”. Ora, per ben due volte, avrebbe già minacciato le dimissioni temendo le conseguenze del populismo economico necessario a finanziare la guerra e di possibili scossoni interni per l’inflazione e l’aumento dela povertà. Sfide cruciali in un Paese che spende metà del bilancio pubblico in sussidi, pensioni e welfare. Per ora il rublo respira, grazie all’accortezza della banca centrale e al “buco” occidentale. Ma quanto a lungo sarà così? Sul fronte economico la Russia è debole. E solo i timori di uno shock globale impediscono, ad ora, ai suoi avversari di affondare il colpo.

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