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Gli¬†Eurobond,¬†o “coronabond”, sono tornati nelle ultime settimane sul tavolo ad anni di distanza dalla prima proposta in sede comunitaria, opera dell’ex ministro dell’Economia italiano¬†Giulio Tremonti¬†e dell’ex presidente della Commissione¬†Jean-Claude Juncker. Perorata soprattutto da Italia, Francia e Spagna, la causa dei titoli comuni dell’area euro √® diventata la bandiera attorno a cui i Paesi dell’area mediterranea e latina dell’Unione si sono arroccati e trincerati in opposizione alla¬†linea del rigore¬†propria dei “falchi”: Germania, Olanda, Austria e Finlandia.

Il motivo dello scontro, in soldoni, √® molto semplice. I quattro Paesi del Nord e Centro Europa dovrebbero fare ampie concessioni ai Paesi del Sud e del Mediterraneo in termini di appiattimento degli spread, redistribuzione del rischio e futuro politico dell’Unione accettando gli Eurobond. Il muro contro muro dei “falchi” e la loro decisione di impuntarsi in difesa del¬†Meccanismo europeo di stabilit√† sono legati alla volont√† di difendere un’altra “bandiera”, quella del rigore sui conti e della ridotta solidariet√† europea, ma anche a un calcolo contabile spericolato. Ovvero l’attestazione che gli Eurobond favorirebbero, in quanto a rendimento e rischio, gli altri Paesi e che per loro continuer√† a risultare conveniente finanziarsi agevolmente a tassi pi√Ļ bassi con gli ordinari titoli di Stato.

Con una battuta, si potrebbe dire che i nordici puntino ad avere la botte piena, ovvero la possibilit√† di agire sul fronte interno con¬†energiche politiche di stimolo anticicliche,¬†e la moglie ubriaca, ovvero la possibilit√† di essere esentati da qualsiasi solidariet√† europea. In Italia questo approccio ha trovato un difensore nell’economista Roberto Perotti,che su¬†Repubblica¬†ha recentemente scritto: “√® cos√¨ strano che i Paesi nordici siano riluttanti? Al contrario della crisi del 2011, in questa ci sono di mezzo in pieno anche loro, e hanno davanti una incertezza enorme: √® impensabile che si accollino anche il rischio di un Paese ad alto debito come l’ Italia. Nessun politico di un Paese nordico pu√≤ assumersi la responsabilit√† di regalare o prestare i soldi del proprio contribuente all’ Italia e poi sentirsi rimproverare che quei soldi servivano nel loro Paese”.

Questo approccio sconta almeno tre limiti sistemici. Il primo √® il rifiuto di¬†considerare come comune la sfida¬†del coronavirus ai sistemi economici d’Europa. Il secondo √® l’incapacit√† di comprendere la diversit√† di questa crisi dalle precedenti che hanno colpito l’Europa, in quanto originata dallo¬†choc di offerta¬†legata al crollo della produzione per la serrata generale dei Paesi, e non da dinamiche prettamente finanziarie. Il terzo, infine, √® legato alla dipendenza dall’ideologia dell’austerit√†¬†come totem e il permanere del sottofondo moralista che traspare dalla stessa etimologia tedesca sull’equivalenza tra¬†debiti e colpe. Come se non fossero valse le parole di¬†Mario Draghi¬†sull’inevitabilit√† di alti livelli di debito pubblico strutturale dopo la crisi come volano per la ripresa dei Paesi dell’Europa in crisi.

In fin dei conti, la scommessa dei falchi √® riuscire a separare il proprio destino da quello del resto d’Europa. Un approccio pericoloso che il Vecchio Continente pu√≤ pagare caro, primi fra tutti gli stessi rigoristi cos√¨ focalizzati su sistemi economici export-led: come al solito, a ridurre le prospettive dell’Unione Europea sono, primi fra tutti, quegli Stati che delle sue linee politiche se ne fanno paladini.

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