I giorni passano e il tempo scorre veloce. Manca quasi un mese al suono del gong, cioè al giorno in cui l’Italia dovrà pronunciarsi sul nuovo Fondo salva-Stati. Come fa notare il quotidiano La Verità, il prossimo 16 marzo l’Eurogruppo discuterà delle Cacs, cioè delle clausole di azione collettiva che si attiverebbero in caso di ristrutturazione del debito sovrano.

In parallelo il parlamento italiano dovrà dare l’ok definitivo al governo per l’adesione al nuovo Meccanismo europeo di stabilità. Premesso che la riforma del Mes nasconde al suo interno degli elementi tecnici che avranno decisivi impatti politici sulla stabilità di ogni Paese e del modus operandi dei loro sistemi economici e bancari, è importante sottolineare come l’intera strada verso l’Unione bancaria europea sia assolutamente non trasparente.

Il nostro parlamento, oltre ad aver poco spazio di manovra, non avrà alcuna possibilità di dibattere su un argomento che meriterebbe discussioni su discussioni, per sciogliere ogni nodo spinoso.

I titoli illiquidi

La riforma del Mes impatterà sul mercato dei titoli illiquidi detenuti dal sistema creditizio, ovvero – in gergo tecnico – i level 2 e level 3, dagli interest rate swap a tutto il market to market. Calcolatrice alla mano, le prime stime sui potenziali danni non lasciano dormire sonni tranquilli. Si parla di una bomba dal valore di 6.800 miliardi: una grana 12 volte più grande della crisi dei non performing loans (i crediti deteriorati o Npl).

In merito agli asset di livello 3, l paper dell’ottobre 2019 a firma del Mes e del suo presidente Klaus Regling parla chiaro: “È difficile o quasi impossibile fare una esatta valorizzazione, e la mancanza di validi parametri rende complesso valutare l’impatto delle nuove norme sull’insieme del titoli illiquidi”.

A questa ammissione ha fatto eco il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, il quale aveva redatto, alla fine del 2019, una proposta di “riavvio dell’Unione bancaria attraverso il fondo di garanzia”. Detto altrimenti, nel testo non ci sono indicazioni inerenti al trattamento da riservare al mercato dei derivati a gli altri asset illiquidi.

Un pericoloso buco valutativo

Il problema di fondo, dunque, è uno: gli asset illiquidi hanno un valore enorme, quantificabile, come detto, in 6.800 miliardi (almeno a giudicare dal direttore generale di Bankitalia del 2018, Fabio Panatta). Questa stima si riferisce al 2016 ma gli esperti ritengono che la cifra sia rimasta immutata nel tempo.

Ma che cosa c’entra il Mes? La riforma del Fondo salva-Stati introdurrà importanti novità senza conoscere l’impatto che queste avranno su un ammontare di derivati che, nel suo insieme, vale 12 volte tanto l’ammontare delle sofferenze bancarie.

Insomma, siamo di fronte a un vero e proprio buco valutativo che potrebbe attivare una bomba a orologeria piazzata proprio sotto al sistema bancario europeo. L’Italia, come spesso accade in campo europeo, è in prima linea quando si tratta di rimetterci. Il nostro Paese sarà il più esposto e colpito dalla valanga generata dai nuovi derivati. Il paradosso è che le banche italiane sono le ultime in quanto a titoli illiquidi. Eppure, nel peggiore dei casi, saranno le prime a rimetterci.

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