Nel quadro della strutturazione del “capitalismo nazionalista” da parte dell’amministrazione Usa di Donald Trump, un’ultima roccaforte da espugnare è la banca centrale, la Federal Reserve.
Avviato il programma tariffario-commerciale, partita la corsa a fare dei dazi un fattore di consolidamento della cassa del Tesoro a stelle e strisce, messa in moto la macchina della spesa fiscale con lo One Big Beautiful Bill Act, financo cambiati i paradigmi del mercato con l’ingresso nel capitale di Intel dello Stato Usa Washington si trova ora di fronte al grande dilemma del futuro dei tassi d’interesse e della politica monetaria. E, più in generale, a un problema: la scelta di Trump di far esercitare un peso decisivo alla politica economica governativa su quella monetaria si pone in diretta contrapposizione con il mandato di controllo dell’inflazione e dell’occupazione tradizionalmente assegnato a una Fed che agisce in maniera indipendente.
La guerra tra governo e Banca centrale
Nei fatti, questo si sostanzia nel teso rapporto tra la Casa Bianca e la Fed dell’uscente Jerome Powell. La scelta di rimuovere dal board dei governatori della Fed Lisa Cook, accusata di una problematica gestione delle informazioni volte a ottenere un mutuo personale, e la risposta della funzionaria che ritiene il presidente privo dei poteri per licenziarla dal board della Fed, è giunta poco dopo che l’annuale summit di Jackson Hole, in Wyoming, aveva visto la banca centrale Usa aprire a un taglio dei tassi a settembre, senza però rompere il nodo cruciale, l’adesione desiderata da Trump dell’istituzione alla sua linea politica.
Trump chiedeva di fatto l’applicazione della regola della fiscal dominance, ovvero il principio secondo cui sono le agende di politica economica a dettare il passo di quella monetaria. The Donald chiede, in sinergia col super-consigliere Stephen Miran, la caduta del debito, del costo di finanziamento dello stesso e dei tassi sostenendo al contempo il tutto con una politica fiscale in deficit volta a tagliare le tasse, sperando – qui rinfrancato dai dati del Congressional Budget Office – che i dazi contribuiscano a compensarla.
Assedio a Powell sui tassi
Il tassello decisivo dovrebbe essere un impegno della Fed a tassi più bassi in forma strutturale. Qualcosa che l’uscente Powell, forte di un rapporto di odi et amo con Trump, non è disposto a concedere. “Il presidente ha recentemente chiesto che i tassi ufficiali scendano all’1%, ben al di sotto dell’attuale livello tra il 4,25% e il 4,5%. Potrebbe pensare che questo sosterrà gli elettori e ridurrà i costi di indebitamento del governo”, nota il Financial Times, anche se molti economisti temono che questo possa creare effetti controproducenti perché causando “rendimenti obbligazionari a lungo termine più elevati spingerebbe al rialzo i tassi dei mutui e i costi del debito pubblico” e portando a “un dollaro debole aumenterebbe le pressioni sui prezzi importati”.
Fiscal dominance e ruolo della Fed
Ana Carolina Garinga e Cristina Bodea, economiste rispettivamente all’Università dell’Essex e alla Michigan State University, hanno scritto per “The Conversation” un’analisi approfondita segnalante come, oltre allo scontro economico volto a gestire l’ultimo baluardo della politica a stelle e strisce, ci sia nelle scelte di Trump un richiamo profondo a invertire mezzo secolo di sostanziale indipendenza dalle banche centrali.
La pressione su Powell, la scelta controversa di cacciare Cook, le tensioni per la scelta del successore alla guida della Fed mostrano la volontà di rendere strutturale la “fiscal dominance” e il rafforzamento del principio di “capitalismo nazionalista” che muove la politica dell’amministrazione. Se in passato il matrimonio banca centrale-governi era orientato a espandere la base monetaria, gestire l’allocazione dei deficit e finanziare i welfare state, oggi Trump vuole fare della Fed una variabile non più indipendente della sua strategia America First che coniuga politica commerciale, spesa pubblica, tassi e gestione del debito.
La critica di Trump alla Fed
Trump, per farlo, fa leva sulla visione sempre più critica verso la Fed da parte di una grossa fetta di opinione pubblica americana che, scrivono Garinga e Bodea, rinfaccia all’istituzione “una serie di presunte mancanze: non aver previsto shock economici come la crisi finanziaria del 2007-2009 ; aver superato la propria autorità con l’allentamento quantitativo ; o aver creato enormi disuguaglianze o instabilità nel tentativo di salvare il settore finanziario”, in un contesto in cui “dalla metà del 2021, le principali banche centrali hanno faticato a mantenere bassa l’inflazione, sollevando interrogativi da parte dei politici populisti”.
Ironia della sorte, il bersaglio è proprio quel Powell scelto da Trump nel 2018 e che nel 2020 fu fautore della monetizzazione del deficit emesso dalla Casa Bianca per tamponare la crisi economica da Covid-19, ora accusato di remare contro la causa America First in nome della difesa di un principio d’indipendenza che la politica americana vorrebbe superare.
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