Il braccio di ferro senza fine tra il Governo britannico e Roman Abramovich

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Roman Abramovich, un deja-vù tra politica, affari e sanzioni: il ritorno sulla scena dei complessi negoziati di pace tra Russia e Ucraina a Istanbul va di pari passo con la ricomparsa sulla scena del magnate a lungo patrono del colosso energetico Sibneft, noto in Occidente soprattutto per la sua titolarità del club calcistico del Chelsea, da lui portato allo status di primo club di Londra a colpi di investimenti colossali, e delle annesse sanzioni a suo carico.

Perché il Regno Unito vuole i fondi di Abramovich

In questo caso, è il Governo britannico di Keir Starmer a mettere sotto pressione il magnate 58enne per la gestione del ricavato della vendita dei Blues, ceduti nel 2022 per 2,5 miliardi di sterline a una cordata guidata dal finanziere americano Todd Boehly. I proventi della vendita sono da allora congelati in Regno Unito nelle banche britanniche perché Abramovich è colpito da sanzioni per la sua vicinanza al cerchio magico del potere di Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina.

Ma in questi giorni Downing Street è pronta ad alzare l’asticella e a chiedere che Abramovich concretizzi la promessa verbale fatta al momento della cessione, quando dichiarò che non avrebbe tratto profitti personali dalla cessione del club londinese ma avrebbe destinato il ricavo alla beneficenza per le persone colpite dalla guerra in Russia e Ucraina. Ebbene, oggigiorno il Cancelliere dello Scacchiere (Ministro delle Finanze) Rachel Reeves e il ministro degli Esteri David Lammy sono pronti ad agire per vie legali per spingere Abramovich a operare in tal senso, destinando però alla sola Ucraina, e non alla Russia, i fondi.

La questione è scivolosa per diversi motivi. Sul piano politico, non è da sottovalutare il fatto che la querelle sul Chelsea e la sua vendita contribuisca a togliere dal cono d’ombra in cui si era a lungo rifugiato un protagonista importante, per quanto enigmatico, della questione russo-ucraina. Abramovich, uomo-ombra di potere e pontiere tra il sistema di Vladimir Putin e diverse parti dell’establishment occidentale, è stato a lungo defilato dopo che un misterioso tentativo di avvelenamento ai suoi danni, andato in scena nel corso dei negoziati dell’aprile 2022 che si tennero sulle sponde del Bosforo, ne aveva ridimensionato l’azione da mediatore informale.

Lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva chiesto al presidente americano Joe Biden di non sanzionare Abramovich, ritenendolo un facilitatore capace di parlare tanto con Mosca quanto con Kiev col giusto gradiente di informalità. Una pressione giudiziaria su Abramovich, dunque, assume valenza politica in una fase in cui Mosca e Kiev tornano a dialogare diplomaticamente nel quadro di un pesante scambio di raid e di una grande incertezza sul futuro.

Al contempo, va valutato l’impatto del caso sul fronte della certezza del diritto e delle problematiche che pone in evidenza. Molti eminenti esperti di diritto e sanzioni si sono esposti sottolineando che la mossa del governo Starmer rischia di mancare delle dovute basi giuridiche.

Il nodo della certezza del diritto sul “caso Abramovich”

“Non puoi semplicemente togliere soldi alle persone perché non ti piacciono”, ha dichiarato Tom Keatinge, direttore della sicurezza finanziaria presso il centro studi sulla sicurezza e gli affari internazionali Royal United Services Institute (Rusi), mentre Politico.eu sottolinea che senza un accordo scritto tra Abramovich e il governo di Londra, fattispecie definita “impossibile” da una fonte legale a cui è stato concesso l’anonimato, è difficile pensare a un’effettiva diffida ad adempiere esercitabile contro il miliardario di Saratov. E aggiunge che “se è relativamente facile congelare i beni degli oligarchi, sequestrarli è tutta un’altra storia”.

Tan Albayrak, avvocato specializzato in sanzioni presso Reed Smith, ha aggiunto un dettaglio importante: nel patrimonio britannico di Abramovich “i fondi sono congelati. Non possono essere utilizzati per soddisfare la volontà di nessuna delle parti”. Finora Unione Europea, Regno Unito e Usa hanno destinato all’Ucraina i proventi degli asset congelati appartenenti agli esponenti del potere e dell’economia russi colpiti dalle sanzioni.

In termini di rule of law, l’esproprio delle risorse genererebbe un precedente problematico e in grado di minare la certezza del diritto. E in un sistema come quello occidentale, che fa della certezza delle norme un presupposto, non può essere il fine (l’aiuto alle vittime ucraine) a giustificare i mezzi.

In più, occorre sottolineare che il Regno Unito ha, di recente, operato un taglio agli aiuti alla cooperazione internazionale per finanziare il riarmo voluto da Starmer: togliere risorse pubbliche agli aiuti umanitari e cercare di fare cassa sui privati rischia di essere una manovra eccessivamente spericolata e per cui, al netto del giudizio su Abramovich e il suo legame con Putin, rischiano di mancare le fondamenta politiche e giuridiche.

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