Il 2020 ha ribaltato un gran numero di dinamiche geopolitiche, sovvertito equilibri e ne ha creato dei nuovi. Una delle vicende che più ha segnato l’anno della pandemia è stato il crollo del prezzo del petrolio, che ha sperimentato il secondo down più intenso della storia (-80%) a marzo/aprile 2020. La comprensibile euforia per l’inizio dei programmi di vaccinazione spiega in parte il timido rialzo di novembre, ma passeranno diversi mesi prima di vedere un impatto incisivo sulla domanda di petrolio. Tuttavia, già da un paio d’anni gli equilibri petroliferi mondiali sono profondamente mutati: nella seconda metà degli anni 2010, il boom del petrolio di scisto statunitense non solo ha trasformato gli Stati Uniti in uno dei maggiori esportatori di idrocarburi, ma ha anche portato a un eccesso di offerta di petrolio abbastanza stabile sul mercato globale.

La shale revolution

L’olio di scisto è un tipo di petrolio non convenzionale che si trova nelle formazioni di scisto che deve essere fratturato idraulicamente per estrarre l’idrocarburo. Gli usi primari includono olio da riscaldamento, carburante e la produzione di vari prodotti chimici. L’olio di scisto può, infatti, riferirsi a due tipi di petrolio: il petrolio greggio che si trova all’interno delle formazioni di scisto o il petrolio che viene estratto dallo scisto bituminoso. Di giacimenti di shale oil e shale gas se ne possono trovare in tutto il mondo. I Paesi con la maggior quantità di risorse di petrolio di scisto tecnicamente recuperabili sono Russia, Stati Uniti, Cina, Argentina e Libia. Negli Stati Uniti, le più grandi formazioni che forniscono petrolio di scisto si trovano nei bacini di Permian (Texas-New Mexico), Eagle Ford (Texas) e Bakken (Montana e North Dakota).

Questa fonte alternativa ha permesso negli scorsi anni la cosiddetta “shale revolution” che ha consentito agli Stati Uniti di aumentare in modo significativo la propria produzione di petrolio e gas naturale, in particolare da formazioni di tight oil, che ora rappresentano il 36% della produzione totale di greggio degli Stati Uniti. Questa nuova capacità produttiva ha ridotto la dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni di petrolio dall’estero e ha continuato a fornire un importante impulso economico mentre il Paese si riprendeva dalla recessione del 2008. Lo sviluppo delle formazioni di scisto è stato correlato a un aumento dell’occupazione, con l’industria petrolifera e del gas che ha aggiunto 169.000 posti di lavoro tra il 2010 e il 2012.

Gli effetti della shale revolution nel Golfo

La shale revolution, successivamente alle primavere arabe, ha permesso che le crisi politiche in Medio Oriente iniziassero a preoccupare sempre meno i consumatori di petrolio, mentre Washington ha iniziato a riconsiderare i suoi obblighi nei confronti dei suoi partner del Golfo. Ergo, è da questo momento in poi che è iniziato un certo disimpegno americano nell’area, nella quale gli Stati Uniti si sono astenuti da qualsiasi risposta importante all’attività aggressiva dell’Iran, ad esempio, adducendo la ragione che un aumento delle truppe americane in loco non costituirebbe comunque una garanzia per le infrastrutture petrolifere locali. A questo clima di minore sicurezza, corrisposto ad un indebolimento della special relationship con Washington, si è poi aggiunto il timore della concorrenza da parte dei produttori di petrolio statunitensi alla ricerca di trarre vantaggio dalla situazione e aumentare la quota di mercato statunitense a spese dei Paesi del Golfo.

La pandemia, poi, ha fatto tutto il resto.

La minaccia iraniana

All’inizio di gennaio 2020, un attacco di droni statunitensi ha ucciso Qassem Suleimani, il comandante in capo del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche iraniane, vicino Baghdad. L’operazione, oltre ad essere stata un messaggio chiaro a Teheran, una sorta di “no trespassing”, conteneva anche un sottotesto rivolto ai locali: gli Stati Uniti sono pronti ad intervenire a proteggere uomini e interessi americani ma non le infrastrutture petrolifere di nessuno dei suoi alleati. Ergo, un rinnovato approccio aggressivo degli Stati Uniti all’Iran non significherebbe necessariamente che gli Stati Uniti saranno pronti a proteggere i paesi del Golfo dalla rappresaglia di Rouhani.

Tutto questo è la dimostrazione che il petrolio è largamente uscito fuori dalle dinamiche tra Stati Uniti e Medio Oriente: i paesi arabi del Golfo si trovano oggi, dunque, in una posizione più vulnerabile. Questo spiega anche perché gli Emirati Arabi Uniti – alle prese con l’avvicinamento con Israele – si sono affrettati a condannare l’omicidio dello scienziato nucleare iraniano Moseh Fakhrizadeh, eliminato forse dal Mossad perché considerato alla guida del programma atomico clandestino dell’Iran.

I timori dei Paesi arabi

Come fa notare Nikolay Kozanhov su AlJazeera, i Paesi arabi hanno tutto da perdere in questo effetto domino di vicende petrolifere. All’inizio dell’estate, gli Houthi, accoliti dell’Iran nello Yemen, hanno ripreso i loro attacchi alle infrastrutture in Arabia Saudita, stretto alleato di Abu Dhabi. In giugno e luglio, hanno usato missili e droni per attaccare installazioni militari a Riyadh e vari obiettivi nelle province meridionali di Jizan, Asir e Najran. A novembre sono stati effettuati almeno tre attacchi: agli impianti petroliferi nel porto saudita Read Sea di Jizan, un attacco missilistico contro un impianto di distribuzione di petrolio a Jeddah e due giorni dopo, un’autocisterna che trasportava carburante al porto di Shuqaiq è stata colpita da una mina.

Questi attacchi ai porti del Mar Rosso erano molto probabilmente tesi a dimostrare la capacità degli Houthi di colpire obiettivi lontano dai territori che controllano. La tempistica, inoltre, non è sembrata casuale: gli attacchi si sono intensificati in concomitanza con la rinnovata attività diplomatica tra Riyadh, Tel Aviv e Washington e con il timore di un colpo di scena finale dell’amministrazione Trump a danno di Teheran.

Come cambia il ruolo dello Stretto di Hormuz

La rivoluzione petrolifera ha cambiato profondamente anche il ruolo geopolitico di alcuni luoghi come lo Stretto di Hormuz, le cui acque separano l’Iran dalla penisola arabica e dove transita gran parte delle forniture mondiali di greggio. Hormuz è stato spesso uno dei nodi caldi a livello regionale, soprattutto quando Teheran ha più volte minacciato di chiudere il passaggio come rappresaglia nei confronti degli Stati Uniti e degli altri partner di Washington nel Golfo, come Israele.

A giugno, il governo iraniano ha avviato la costruzione dell’oleodotto Goureh-Jask, che consentirà di aggirare lo stretto di Hormuz. Le sanzioni statunitensi l’hanno anche tagliato fuori dal mercato petrolifero formale, il che l’ha ulteriormente reso immune alle interruzioni del transito del petrolio nel Golfo. Nel frattempo, però, le accresciute capacità di fuoco degli Houthi rendono gli impianti sauditi soggetti a vere e proprie mine vaganti.

Tuttavia, l’amministrazione Trump sul viale del tramonto ha cercato di mostrare i muscoli negli ultimi giorni: Washington ha inviato un sottomarino e due navi da guerra nelle acque del Golfo arabo. I movimenti sono stati segnalati dalla Marina statunitense il 21 dicembre scorso: il sottomarino che ha transitato nello Stretto di Hormuz è l’USS Georgia, un sottomarino missilistico guidato di classe Ohio, accompagnato da due incrociatori missilistici guidati, lo USS Port Royal e lo USS Philippine Sea.

Un farewell address di Trump alla regione? Forse.

Il paradosso

Certo è che la rivoluzione dello scisto ha creato un vero e proprio paradosso. Nel tentativo di affrancarsi dal petrolio mediorientale, puntando sullo scisto, gli Stati Uniti hanno parzialmente abbandonato il Golfo. Questo aspetto, però, ha lasciato il fianco scoperto agli obiettivi dell’Iran nell’area: alcuni, realizzati usando lo Yemen e i ribelli, altri, che passano anche per il fallimento nella creazione di un vero e solido asse arabo contro Teheran; l’Iran, infatti, è ancora perfettamente in grado di esercitare forti pressioni sui petromonarchi e una certa fascinazione anche nel mondo sunnita. Tutto questo, forse, sembra per ora condurre verso il desiderio massimo iraniano: quello di trasformare Teheran in futura regina del Medio Oriente.

 

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