Il blocco di Hormuz e la spada di Damocle della crisi alimentare mondiale

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La fragilità del sistema alimentare globale, messa in luce dal conflitto di cui sono teatro l’Iran ed i Paesi del Golfo, si aggiunge a quelle del sistema energetico. Lo Stretto di Hormuz funge da imbuto per circa il 30% di tutto il commercio mondiale di fertilizzanti, ricorda Máximo Torero, Capo Economista dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO). “Un’interruzione prolungata nello Stretto di Hormuz potrebbe sfociare in una “catastrofe” alimentare globale”: questo l’allarme lanciato dalla FAO, mentre le spedizioni di input agricoli fondamentali rimangono bloccate.

“Se i prezzi alimentari globali non si sono ancora impennati, nonostante il forte aumento dei costi di produzione, è perchè “abbiamo forniture sufficienti… e buone scorte che consentono al sistema agroalimentare… di essere resiliente a questo shock” continua Torero, ma questo cuscinetto potrebbe avere vita breve. Sottolinea, inoltre che con le decisioni sulla semina alle porte, l’aumento dei costi e la scarsità di fertilizzanti potrebbero spingere gli agricoltori a ridurne l’impiego o a convertire le colture, compromettendo i rendimenti della prossima stagione.

Nella crisi che potrebbe arrivare, se le condizioni dello scenario geopolitico rimangono immutate, i primi ad essere colpiti saranno gli agricoltori (e poi i consumatori finali) dei Paesi i cui sistemi alimentari sono piùstrettamente dipendenti dalle risorse esportate dalle monarchie del Golfo.

Le criticità prevedibili delineano una forte asimmetria nella filiera: a fronte di rincari o scarsità di materie prime (come i fertilizzanti), i margini operativi degli agricoltori subirebbero una contrazione stimata tra il 50% e l’80%, con il rischio concreto di azzeramento o perdite nette. Al contrario, l’industria della trasformazione e la GDO (Grande Distribuzione Organizzata ) accuserebbero una riduzione contenuta (10-20%), grazie alla capacità di traslare i costi sul consumatore finale attraverso l’aumento dei prezzi o strategie di marketing come la shrinkflation (la riduzione del packaging a parità di prezzo)

I Paesi poveri pagano la crisi

Questo scenario delinea un pattern strutturale, alimentato dallo squilibrio nel potere contrattuale. I prezzi d’acquisto per l’industria della trasformazione del settore alimentare e della distribuzione si mantengono bassi grazie al loro potere negoziale – molto superiore rispetto a quella dei singoli agricoltori – con i rincari dei costi di produzione che ricadranno in maniera sproporzionata sugli agricoltori e, ancor di più,  su braccianti e dipendenti agricoli, i cui salari vengono compromessi per compensare gli alti costi che l’azienda agricola deve fronteggiare. Il conflitto tra Iran, USA e Israele rischia, in tal modo, di esasperare gli squilibri tra gli attori della filiera alimentare globale, aggravando le già precarie condizioni economiche degli operatori agricoli.

I Paesi asiatici, che necessitano di input massicci per garantire la sicurezza alimentare della popolazione, sono la principale destinazione dei fertilizzanti del Golfo. L’India è probabilmente il Paese più vulnerabile, dal momento che importa enormi quantità di urea e fosfato biammonico (DAP) dai Paesi del Golfo che controllano circa il 30-35% del commercio mondiale di urea utilizzato per i fertilizzanti azotati. Una carenza, in questo caso, potrebbe compromettere i raccolti di riso e grano, fondamentali per il mercato interno e globale. Anche lo zolfo — talvolta definito la “merce invisibile dell’economia globale” — offre un esempio di dipendenza strategica. La regione del Golfo produce circa il 44% dello zolfo mondiale ed il principale consumatore di zolfo a livello mondiale è proprio l’industria dei fertilizzanti chimici, che rappresenta il 60-70% della domanda globale. Gli agricoltori del Sud-est Asiatico sono tra i maggiori utilizzatori di fertilizzanti che contengono o richiedono questo minerale per le estese piantagioni di riso, gomma e olio di palma. In ultima analisi, l’Africa Orientale e Subsahariana, strutturalmente dipendenti dai fertilizzanti dell’area del Golfo, vedono la propria sicurezza alimentare minata gravemente dalla situazione di crisi attuale, anche a fronte scorte di sicurezza assenti e di una scarsa liquidità per acquistare su mercati più costosi.

Con questo conflitto Trump ha messo in crisi il tipo di mondo che ha difeso con le sue politiche, quello ancorato ai combustibili fossili e all’economia estrattiva. Nonostante le interdipendenze costitutive del sistema economico globale, le dinamiche sono sempre le stesse: a pagare le decisioni dei leader dei Paesi più ricchi e indipendenti sono i Paesi più poveri e dipendenti e gli attori economici più deboli.