L’Unione Europea vive da anni come organizzazione centrata sull’asse “renano” costituito da Francia e, soprattutto, Germania attorno a cui si organizzano e ruotano un’ampia gamma di Paesi vicini al nucleo dell’economia continentale.

Questa tendenza si è acuita nell’ultimo ventennio, per un’ampia gamma di fattori. Hanno giocato un ruolo la competizione economica continentale, l’introduzione della moneta unica con le sue conseguenze per le economie a valuta meno solida e l’applicazione di regole sui temi del bilancio, del commercio e degli aiuti di Stato molto più vicine ai precetti “ordoliberisti” della Germania e dei Paesi affini che ai Paesi dell’Europa mediterranea. E il mainstream economico è stato cavalcato, anche fino al parossismo, dai “rigoristi” del Nord, penalizzando quei Paesi, come l’Italia, che su debito e produttività scontavano dei ritardi strutturali.

Aggiungiamo al risultato la capacità politica dei Paesi del Nord, Germania e Olanda in testa, di orientare a loro favore, come era del resto legittimo che fosse, l’azione delle istituzioni comunitarie e l’ingenua rinuncia dell’Italia e dei Paesi affini a una coesione funzionale allo svolgimento di un ruolo attivo al loro interno e il quadro è delineato. E pochi dati rendono meglio l’idea del divario apertosi tra le varie anime dell’Europa in questo ventennio di crisi della ricerca recentemente condotta dall’Istituto economico tedesco (Iw) di Colonia. L’Iw ha provato a misurare lo spostamento del baricentro economico dell’Europa dal 2000 ad oggi, partendo dal centro geografico situato nel Sud della Germania e provando ad orientarlo in base all’evoluzione della produzione nell’Europa del Nord, in quella del Sud e nei nuovi Paesi orientali dell’Ue, con l’obiettivo di individuare il punto dal quale la produzione economica aggregata è più o meno uguale in tutte le direzioni.

Esercizio che non è una mera mossa di virtuosismo nel campo della geografia economica, ma delinea precisi rapporti di forza. Come scrive l’Huffington Post, “nel 2000 il centro economico europeo si colloca a metà strada tra Offenburg e Friburgo, a cavallo del confine franco-tedesco”, mentre ora si è spostato di 50 chilometri verso Nord dopo un divario di crescita notevole tra l’Europa “renana” (+37,2 di Pil nominale nell’ultimo decennio) e quella mediterranea (+14%), a cui va aggiunto l’effetto trainante dell’Est (punte di crescita vicine al +50%).

Bjorn Kauder, autore dello studio, ha inoltre previsto uno spostamento all’interno della Germania del “perno” nei prossimi venticinque anni, portando a ipotizzare che nel 2045 esso si troverà a Mannheim, città poco distante da Francoforte, centro finanziario che non a caso è sede sia delle istituzioni monetarie tedesche che di quelle europee. La vera capitale dell’Europa, in sostanza.

La pandemia e le sue conseguenze stanno mettendo a dura prova le prospettive di ripresa dell’Europa, e in questo contesto negli anni a venire sembra logico immaginare che saranno i Paesi del Sud quelli destinati a soffrire maggiormente, specie se le autorità comunitarie vorranno tornare al business as usual fatto di censure, austerità, rigore di bilancio, tagli alla spesa pubblica e difesa della “linea dura” finanziaria. Linea dimostratasi rovinosa nel 2010-2012, alla prova della crisi del debito, e che proprio la sua maggiore promotrice, la Germania di Angela Merkel, sembra aver voluto mettere da parte di fronte alla pandemia.

Ora la trincea del rigore è difesa principalmente dall’Olanda, ma i Paesi mediterranei, colpiti duramente dalla pandemia, rischiano per le consolidate debolezze del passato di essere nuovamente i più svantaggiati dalla recessione da coronavirus. Le conseguenze economiche di una divergenza strutturale lunga vent’anni non si invertono in pochi mesi: per colmare questo divario servirà che anche le misure emergenziali poste in essere quest’anno, come lo stop al Patto di Stabilità e il sostegno Bce, diventino strutturali consentendo alle economie più colpite di poter spendere per svilupparsi e recuperare fiato. Altrimenti il baricentro si allontanerà sempre più dalle sponde del Mediterraneo, creando una frattura potenzialmente insanabile nell’Unione.