Mercoledì 1 luglioè uno dei giorni da segnare col bollino rosso nel contesto della definizione della risposta europea alla crisi. Enzo Amendola, ministro degli Affari europei del Partito Democratico, si recherà di fronte al Parlamento olandese per spiegare il negoziato sul fondo Next Generation Eu e cercare di smussare le resistenze del premier dell’Aja, Mark Rutte.

Il fondo comunitario è la speranza maggiore dei giallorossi e rappresenta il tentativo dell’Italia di capitalizzare una serie di dibattiti e discussioni in cui il ruolo di Roma, del premier Giuseppe Conte e del Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è stato a dir poco evanescente. Amendola, che nel governo incarna l’ortodossia europeista, è ritenuto da Conte l’uomo adatto a ottenere da Rutte concessioni per frenare la battaglia dei falchi del rigore sul fondo, di cui è contestata la liberalità (ovvero la presenza di contributi a fondo perduto) e l’ampiezza (Ursula von der Leyen propone 750 miliardi di euro).

Ironia della sorte l’Italia potrebbe trovarsi anche nelle migliori condizioni fuori dal novero dei “vincitori” del negoziato, affrontando una quota di contributi a fondo perduto in entrata inferiore alla contribuzione ulteriore richiesta ai fondi del bilancio Ue. Ma per l’Olanda e per l’Italia la questione è simmetricamente di principio: Roma vuole il Recovery Fund per avere una bandiera “vincente” da presentare sul campo politico; L’Aja, invece, è condizionata dalla necessità di Rutte di spingere sulla linea del rigore per non perdere capitale politico in vista delle elezioni 2021.

Se però l’Olanda inserise la sua opposizione aprioristica in una strategia politica coerente con i suoi obiettivi (ridurre la sua esposizione finanziaria e favorire un’Europa fondata sulla competizione, il rigore fiscale e il libero mercato) lo stesso non si può dire dell’Italia. Roma pensa al Recovery Fund come a una cornucopia da cui attingere, senza reale realismo strategico. Come sottolinea La Stampa, in questa fase “la carne al fuoco si sta accumulando. Specie dopo l’ultima richiesta, fatta ieri da Luigi Di Maio, di procedere con una riforma fiscale di cui si discute da un anno”. Il ministro degli Esteri pentastellato in tandem con Palazzo Chigi mira a usare il volano del Recovery Fund per finanziarie un’ampia manovra sulle tasse che il governo, in regime ordinario, non avrebbe il capitale politico e il coraggio per portare a termine. Ma non si può fare, e i vincoli dei fondi europei parlano chiaro, come ha dimostrato la levata di scudi dopo gli annunci di Conte sull’Iva.

“La nostra linea – dicono fonti di Palazzo Chigi sentite dal quotidiano torinese – è chiudere un accordo sul Recovery Fund e subito dopo, una volta fatto di conto e vedendo quale sia il reale fabbisogno, decidere quali strumenti attivare”. Si procede a tentoni, senza progetti strategici di lungo periodo e provando esclusivamente a tirare la palla più in là, sperando di guadagnare il più possibile dalle decisioni operative di ampio respiro che si terranno il 17 e il 18 luglio al Consiglio Europeo. In cui saranno altri Paesi, Francia e Germania in primis, a tenere in mano il pallino del gioco. La missione di Amendolavista in quest’ottica, ha come obiettivo di fondo sperare di allargare la torta che Pd e M5S dovranno poi contendersi coi rispettivi piani, tutti di breve respiro, in caso di arrivo dei fondi comunitari. Una magra prospettiva nel pieno della più grave crisi economica e sanitaria degli ultimi decenni.

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