“Un sistema 5G basato su fornitori non affidabili come Huawei o Zte metterebbe a rischio la sicurezza delle informazioni che ci scambiamo, ed è qualcosa che dovremmo decidere come gestire”. Un’alta fonte statunitense dell’amministrazione Trump contattata da La Stampa non usa mezzi termini per definire i rischi associati allo sviluppo delle nuove tecnologie informative da parte di imprese della Repubblica Popolare. E lo fa proprio nelle giornate in cui il Segretario di Stato Mike Pompeo compie a Roma un viaggio politicamente cruciale e in cui il caso dei dazi seguiti alla decisione del Wto sugli aiuti Ue ad Airbus mette a repentaglio la fiducia transatlantica.

L’anonimo funzionario è sicuro: affidarsi ai cinesi per la realizzazione del 5G europeo “minerà la propria
sicurezza nazionale e quella della Nato”. Un monito rivolto proprio all’Italia che a marzo ha firmato il memorandum d’intesa per entrare nella Nuova via della seta e sul cui territorio Huawei investe cospicue quantità di denaro, con gli Usa che non hanno avuto soddisfazione piena nemmeno dalla normativa sul golden power sulle reti di telecomunicazione promosso tramite decreto dal governo Conte II.

Eircsson e Nokia, le principali compagnie europee contattate dagli Usa per rispondere a Huawei, assieme a colossi come Verizon per ora non hanno saputo costruire un 5G all’altezza di quello dei rivali cinesi. Logico che la tecnologia di Shenzen spopoli in tutto il mondo, tanto da arrivare anche in aree-limite per l’anello di sicurezza Usa come il canale di Panama o le regioni artiche del Canada.

Risulta chiaramente comprensibile come Huawei e i colossi affini si muovano su un terreno di primaria rilevanza politica e militare, riuscendo ai inserirsi nei nodi delle telecomunicazioni attraverso la fornitura di parti della componentistica (per l’Italia la questione riguarda la rete Sparkle che serve la Telecom) che apre alle possibilità di inserimento nei flussi di dati il cui controllo è fondamentale dal punto di vista degli Usa. Risulterebbe naif negare che attraverso Huawei la Cina compia opera di spionaggio e che negli alti vertici del colosso di  Shenzennon vi sia concertazione con gli apparati di potere del Partito Comunista Cinese. Ma per gli americani il problema non è il fatto che una grande potenza spii attraverso le reti da essa controllata: il punto è che Washington vuole avere l’esclusiva di tale processo. Mantenendo il big tech come una proiezione dei suoi apparati.

Il funzionario Usa contattato dal quotidiano torinese è in particolar modo preoccupato dall’ampia attività di promozione compiuta da Huawei in Italia col suo Smart City Tour: “È ironico che Huawei faccia un roadshow per promuovere le città intelligenti, quando in realtà sta solo cercando di penetrare il vostro mercato con le sue tecnologie per la sorveglianza delle città”. Il branding di Huawei collega l’iniziativa alla commemorazione del cinquecentesimo anniversario della morte di Leonardo da Vinci, e dopo il suo inizio a Milano (23 settembre) il tour ha toccato Genova (25 settembre) e Torino (1 ottobre) per poi raggiungere Roma (3 ottobre), ed è destinato a concludersi in tre centri del Sud cruciali per la presenza di Huawei in Italia: Bari (8 ottobre) e Matera (10 ottobre) stanno sviluppando progetti di 5G in cooperazione con Huawei, mentre il comune di Cagliari (15 ottobre) riceve da essa strumenti di sicurezza e sorveglianza e ha nelle sue prossimità l’importante centro di ricerca di Pula. Una presenza massiccia che preoccupa Washington, e che per l’Italia offre opportunità di investimenti, sviluppo economico e internazionalizzazione da un lato e rischi securitari ancora del tutto da vagliare dall’altro.

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