Nel lontano 1924 il geopolitico tedesco Klaus Haushofer profetizzò la fine dell’ordine internazionale eurocentrico e l’ascesa di una nuova era a conduzione asiatica basata sul predominio di Cina, Giappone e India. A quasi un secolo di distanza la sua visione accorta sta per tramutarsi in realtà, perché sebbene la transizione multipolare stia tardando a manifestarsi sul piano militare, quella sul piano economico è già avvenuta; e come il politologo Paul Kennedy ha esposto nel suo celebre “Ascesa e declino delle grandi potenze” la ricchezza viene sempre utilizzata per fini di potenza e la storia non è altro che un ripetersi di lotte egemoniche fra imperi morenti e nascenti.

Una nuova era

Gli anni 2020 riporteranno gli equilibri mondiali indietro di tre secoli, al 1700, ossia quando il peso economico combinato delle principali potenze europee era inferiore a quello delle controparti asiatiche; una situazione che la civiltà occidentale riuscì a ribaltare soltanto per via della ricchezza derivante dai domini coloniali e dall’imperialismo indiretto esercitato in quasi ogni parte del globo. Ma le guerre mondiali, la decolonizzazione e la riscrittura della gerarchia metropoli-periferie seguita all’avvento della globalizzazione guidata dagli investimenti delle grandi corporazioni euroamericane, hanno posto le basi per un ritorno al passato altrimenti difficilmente immaginabile.

L’Asia, oggi, ospita oltre metà della popolazione mondiale, 21 delle 30 città più grandi del pianeta, le più importanti riserve di idrocarburi e risorse naturali strategiche, dalle terre rare ai metalli preziosi, e dall’anno prossimo diventerà anche la casa di metà della classe media esistente. Nonostante i persistenti problemi di ineguaglianza sociale ed economica che, comunque, riguardano da vicino anche l’Occidente, il potere d’acquisto degli abitanti dell’Asia meridionale ed orientale cresce continuamente e costantemente da oltre un decennio.

Dal 2007 il mercato automobilistico mondiale è guidato dal consumo asiatico, sostanzialmente a traino cinese, ed entro il 2030 si stima che gli abitanti del continente compreranno più veicoli di tutto il resto del mondo combinato. Sempre in Asia si concentrerà la maggior parte della crescita economica mondiale e non soltanto per il consolidamento dello status di superpotenze economiche di Cina e India, ma soprattutto per l’ascesa di una serie di paesi che fino a ieri rappresentavano la periferia della periferia: Bangladesh, Myanmar, Sri Lanka, Kazakistan, Vietnam, Filippine, Indonesia.

Ciò che è più importante della dimensione del pil, che rappresenta un indicatore imperfetto, è che i vietnamiti dal 2000 ad oggi hanno superato 17 Paesi nella classifica delle economie per parità di potere d’acquisto, fra cui Belgio e Svizzera, mentre l’economia filippina è più grande di quella olandese e il reddito pro capite di cinesi e indiani cresce molto più rapidamente rispetto a quello di europei e statunitensi, seppure sia ancora inferiore.

Lo “scontro fra secoli”

L’Asia è stata fino ad oggi considerata una terra di opportunità per le grandi corporazioni occidentali ma, molto probabilmente, il rischio che i governi sapessero gestire e far fruttare i miliardi di dollari in entrata, fra aiuti allo sviluppo, investimenti e posti di lavoro creati dalle delocalizzazioni, era stato sottovalutato. La guerra fredda dell’amministrazione Trump contro la Cina può essere letta nel contesto più ampio dell’ascesa di un ordine asio-centrico e si pone, perciò, come un tentativo di correre ai ripari ed impedire che il sogno cinese di Xi Jinping si realizzi a detrimento di quello americano.

Il 2020 sancirà il ritorno definitivo delle potenze asiatiche nel panorama internazionale in qualità di giocatori di primo piano, perciò segnerà anche l’accentuamento della polarizzazione fra Occidente ed Oriente e anche dello scontro fra i secoli, ossia fra gli Stati Uniti che sono fermamente intenzionati ad impedire ogni transizione multipolare e mantenere la pax americana costruita nel secondo dopoguerra e l’emergente blocco asiatico, fino ad oggi a guida russo-cinese, desideroso di rivalsa e di dar luogo ad un nuovo equilibrio, che non sia il riflesso di eventi passati ma una descrizione coerente del presente.

C’è un altro dato che aiuta a comprendere la profondità del cambiamento in corso e perché il passaggio dal multipolarismo economico a quello militare sia solo questione di tempo: è dal 2012 che l’Asia ha scalzato l’Europa in termini di capitale speso nell’acquisto di armamenti, la tendenza aumenta su base annua e non sarà la richiesta della Casa Bianca agli alleati europei di destinare il 2% del pil alla Nato ad ostacolare l’avvento del secolo asiatico.