Il Parlamento europeo voterà oggi le regole sulla governance del Recovery Fund in un momento critico per la politica italiana, segnata dalla graduale transizione dal governo Conte II al governo Draghi, al cui sostegno si sta formando un’ampia coalizione politica. Per indicazione stessa di Sergio Mattarella il Recovery Fund, la cui traccia italiana è stata più volte censurata duramente dall’Unione Europea, è uno dei dossier su cui Draghi sarà chiamato a un cambio di passo.

Per la precisione, ad essere oggetto di voto sarà il testo di 36 articoli che stabiliscono le linee guida per ogni Paese membro per il fondo Next Generation Eu, che incorpora 672,5 miliardi di euro (312 di sovvenzioni e 360 di prestiti) sui 750 totali del Recovery Fund. Fondi che l’Italia si troverà a dover gestire in ampia misura (209 i miliardi in arrivo tra prestiti e sussidi) e per i quali il governo Conte II si è fatto trovare a lungo impreparato.

I progetti del Recovery “raccontano un nuovo inizio e una storia nuova, di cui in Italia stiamo già sfogliando il primo capitolo grazie all’incarico affidato all’ex presidente Bce Mario Draghi” secondo l’Eurodeputato di Forza Italia Massimiliano Salini. Draghi è visto da Forza Italia come l’uomo adatto per rilanciare le prospettive del Paese e permettere all’Italia di farsi trovare pronta alle sfide di NextGen: innanzitutto, il piano definitivo va presentato entro il 30 aprile 2021 per ricevere in estate una prima tranche di fondi; in secondo luogo, il 37% dei fondi dovrà esser destinato all’ambiente e alla sostenibilità e il 20% alla digitalizzazione; in terzo luogo, l’Ue chiede progetti redditizi e capaci di creare occupazione sul lungo periodo e in cambio una serie di riforme strutturali (giustizia e previdenza in primis) che saranno tanto più complesse quanto più ampia sarà la quota di fondi di cui Roma vorrà avvalersi. Una vera e propria “pagella” valuterà ogni piano nazionale per capire in che misura i fondi saranno ottenibili. E dato che nessun pasto in Europa è gratis, si comprende perché per Salini Draghi sia considerato una garanzia maggiore di Conte per affrontare una sfida con cui spera che l’Italia contribuisca a creare “un’Europa forte, con la schiena dritta e davvero solidale, consapevole che il proprio futuro è lavorare per essere sempre più vera comunità di popoli europei, che condividono risorse per crescere insieme, assumendo finalmente la postura di grande potenza globale, economica e politica”.

Il voto di Forza Italia, del Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle a NextGen appare consolidato. Stessa cosa farà Carlo Calenda, esponente di Azione. Fratelli d’Italia si mantiene sulla posizione di voce critica responsabile tenuta anche in Italia nei confronti di Draghi: “Ci siamo astenuti e continueremo a vigilare senza sconti”, ha dichiarato ad AdnKronos l’eurodeputato Carlo Fidanza. Sulla materia della vigilanza Fidanza ha un curriculum di tutto rispetto, dato che assieme al collega Raffaele Fitto è stato l’unico italiano a portare allo scoperto critiche contro le nuove norme sull’attività bancaria che rischiano di creare un’ondata di crediti deteriorati nel nostro già cagionevole sistema. Fidanza, ai nostri microfoni, aveva dimostrato di ritenersi favorevole all’idea del Recovery Fund ma anche di voler vigilare affinché l’Italia spenda nel migliore dei modi questi fondi per progetti strategici. Ai progetti europei Fidanza rimporvera le “tempistiche troppo lunghe” di approvazione e entrata in vigore dei progetti, le ambiguità sul definitivo superamento dell’austerità, l’eccesivo peso “della componente prestiti rispetto agli stanziamenti a fondo perduto” e il rischio da lui paventato di “un diluvio di nuove tasse dirette o indirette su cittadini e imprese europee” per finanziare il fondo. Critiche ben mirate a cui certamente le autorità europee saranno chiamate a dare risposte ben puntuali e precise. Per Fidanze, “il Recovery Fund si basa su titoli di debito comuni che noi abbiamo sostenuto convintamente. E si basa anche sulle cosiddette nuove risorse proprie, cioè su nuove tasse che sono ancora in gran parte indefinite tranne la pessima plastic tax che, come giustamente dice Giorgia Meloni, è già entrata in vigore prima che arrivino le risorse del Recovery. E da oggi si basa anche su un regolamento attuativo che prevede, a fine pandemia, la possibilità di bloccare gli stanziamenti agli Stati che non rientrano nei parametri del debito. Un enorme rischio per l’Italia che si è ulteriormente indebitata in questi mesi”.

In mezzo c’è la Lega, pronta a entrare nella compagine del governo Draghi e a assumere nuovamente responsabilità di governo forte della possibilità di portare temi e proposte nell’elaborazione del Recovery Fund grazie alla base di consensi in quel Nord che è cuore e motore dell’economia italiana. Sul Recovery, in precedenza la Lega si era astenuta, e il suo gruppo a Strasburgo al momento è spaccato tra chi vuole continuare ad astenersi e chi vuole dare un messaggio votando a favore. Come può una forza destinata ad assumere responsabilità decisive sul Recovery italiano – è il ragionamento dei “governisti” del Carroccio – non approvarne esplicitamente le regole? La partita, come dimostrano queste manovre, è più rivolta al fronte interno che a quello comunitario. La Lega deciderà definitivamente dopo aver incontrato Draghi in giornata: “Se invece dell’austerity praticata in passato si passasse ad una fase di investimenti, di crescita e di rilancio economico, senza aumento di tasse ma liberando energie e risorse in ambito pubblico e privato, lo scenario cambierebbe completamente”, sottolineano fonti del Carroccio sentite da Repubblica.

La vera sfida partirà, però, da domani. L’Italia dovrà presentare un piano a tutto campo per immaginare la ripresa e il rilancio del Paese e farlo su presupposti ben diversi da quelli ballerini e incerti del governo Conte. Draghi dovrà fare una sintesi completa di pulsioni politiche e aspettative diverse e cogliere anche costruttivamente la posizione critica di Fdi, che dall’opposizione lancerà rilievi e osservazioni che mirano a essere non pregiudizievoli ma funzionali alla costruzione di un piano di lungo periodo. Dall’esito del voto al Parlamento Europeo si capirà il grado di coesione degli intenti della possibile maggioranza futura di governo.

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