La crisi economica legata alla diffusione del coronavirus è in via di definizione come una delle più violente e al tempo stesso come una delle più peculiari della storia moderna: è una crisi che già nella fase di esplosione manifesta enormi polarizzazioni tra i vincitori e i perdenti, tra gli esiti nell’economia reale e quella nel giardino chiuso della finanza, tra settori estremamente eterogenei.

La crisi, per ora, non ha fatto collassare i meccanismi della globalizzazione, ma ha operato facendone venire a galla le contraddizioni: in un certo senso il coronavirus è un Giano bifronte perchè ha creato, al tempo stesso, meno globalizzazione con il freno ai commerci e più globalizzazione per il crescente ruolo delle industrie del digitale, enormi accumulazioni e immani devastazioni economiche, nuovi campioni economici e nuovi giganti dai piedi d’argilla. Gli Stati Uniti sono la manifestazione plastica di questa divaricazione, con decine di milioni di disoccupati che si vanno ad affiancare al rally delle borse, col Nasdaq che dopo aver recuperato le perdite del terribile marzo dei mercati ha sfondato il muro dei 10mila punti, trainato dai titoli tecnologici.

I giganti del tech sono i trionfatori di questa crisi, in cui l’economia immateriale dei dati, lo smart working, la connettività sono stati temi fondamentali su cui testare la tenuta di un sistema. Non è un caso che nella classifica delle imprese capaci di vedere la propria capitalizzazione svettare nel corso dei mesi della pandemia spicchino molto spesso le imprese del comparto tecnologico, capaci di sfruttare i loro apparati, di processare i dati creati dal comparto economico nel corso della pandemia e di non venire eccessivamente penalizzate del lockdown.

Big tech in volo

Guardando alle imprese che hanno guadagnato più capitalizzazione nel corso dei primi mesi del 2020, fino al 17 giugno, il Financial Times, elencando i cento “vincitori” della crisi, ha messo al primo posto Amazon, che ha aggiunto al suo capitale 401,1 miliardi di dollari. Il conglomerato di Jeff Bezos agisce a cavallo su più filiere, dal cloud computing al suo settore tradizionale di riferimento, la logistica, in cui è iniziata ad apparire un attore sempre più fondamentale negli Usa e non solo.

Amazon ha annunciato recentemente di poter spendere fino a 4 miliardi di dollari in prevenzione, tamponamenti, screening e analisi al fine di mantenere aperta la sua logistica in caso di seconda ondata della pandemia: una prova di forza invidiabile e con pochi eguali. Oltre a Amazon, tra le prime dieci compagnie per guadagni nella fase pandemica solo una, Tesla, quarta con 108,4 miliardi di dollari, è afferente, di fatto, a un settore industriale tradizionale, quello dell’auto, attraversato però dalla compagnia di Elon Musk in maniera fortemente spregiudicata.

Gli altri big della lista, tutti statunitensi tranne il colosso del tech cinese Tencent (che controlla WeChat ed è cresciuta di oltre 93 miliardi, posizionandosi quinta), hanno a che vedere con il settore delle nuove tecnologie, dell’e-commerce o delle telecomunicazioni. Microsoft (+269,9 miliardi) cresce trainata dalla diffusione dell’applicazione Teams, che ad aprile ha toccato 75 milioni di utenti unici in un giorno, mentre Apple (+219 miliardi di capitalizzazione) non ha avuto grosse perdite nel fatturato nonostante il lockdown. Dopo Tesla e Tencent, seguono Nvidia (produttrice di schede video), Facebook, Alphabet (la holding di Google), PayPal e T-Mobile. Tutte aziende che hanno guadagnato della crescente digitalizzazione dei consumi, delle attività lavorative e delle relazioni umane, capitalizzando la crescita dei flussi di dati, interazioni, transazioni: il coronavirus ha, in questo senso, creato “più globalizzazione” accelerando la transizione all’interconnessione digitale del pianeta.

La farmaceutica si rilancia

Delle prime 50 imprese per capitalizzazione aggiunta sono numerose quelle del settore farmaceuticoinvestito da enormi aspettative e altrettanto ingenti iniezioni di capitali pubblici e di rischio per la ricerca di cure o vaccini per il coronavirus o per la larga diffusione di loro farmaci antivirali.

Con guadagni di capitalizzazione oscillanti attorno ai 20 miliardi di dollari da gennaio si posizionano tra i vincitori gruppi come Regeneron, americana, e Alibaba Health Information, cinese (+20,1 miliardi per entrambe), seguite dalla sudcoreana Samsung Biologics. Ma ancora più impressionante è stata la crescita di AbbVie (diciannovesima con +37 miliardi), della giapponese Chugai (ventunesima con +33,9 miliardi) e della svizzera Roche (ventiseiesima con 27 miliardi di guadagno). Imprese che hanno avuto farmaci impiegati nella lotta al Covid-19 o hanno visto impennate nei fatturati.

Poche sono le eccezioni a questo trend: spicca il gigante tedesco dell’auto Audi, che ha guadagnato sul capitale 37,8 miliardi di dollari nonostante una fase difficile per il comparto, forte della fiducia conquistata per i risultati del 2019 (in cui è stata la casa migliore del gurppo Volkswagen) e dell’annuncio di distribuzione dei dividendi. Ciò che desta preoccupazione di questa classifica è la sua natura fortemente slegata dall’economia reale: i rally in borsa non segnalano uno stato di buona salute dell’economia reale globale, ma una scommessa positiva da parte degli investitori. Aggiungiamo a ciò il fatto che i mercati sono dopati dalla liquidità delle banche centrali e si può capire come questo decollo di interi settori non garantisce che l’economia reale ne possa beneficiare: senza investimenti, lavoro e produzioni reali, questi guadagni borsistici rischiano di restare cifre contabilizzate in un mondo in cui povertà e disoccupazione crescono giorno dopo giorno.

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