Da tempo, ormai, i venti freddi della crisi finanziaria soffiano forti dal Reno fino alle Alpi Bavaresi, tanto che la concezione della Germania come locomotiva d’Europa pare un ricordo sempre più lontano. A essere sempre più stretti nella morsa della stagnazione economica sono i lavoratori tedeschi costretti a farsi i conti in tasca a causa di salari considerati sempre meno idonei a garantire un tenore di vita consono.
Secondo i dati pubblicati recentemente dall’Agenzia federale per l’occupazione, più di tre milioni di lavoratori (circa il 15,3% di chi è in età lavorativa) guadagnano uno stipendio considerato “basso” nonostante vantino un impiego full-time. L’Agenzia federale ha spiegato che per salario basso si intende qualsiasi paga inferiore a circa due terzi della retribuzione oraria lorda media che, nel 2023, era di 19,17 euro. Dalle stime che sono state rese note, almeno un tedesco su sette vive una situazione rasente la povertà, nonostante risulti occupato a tempo pieno, per via di un guadagno che oscilla intorno ai 13 euro l’ora, considerata la soglia salariale bassa.
Se si analizza il tutto con maggiore rigore e scrupolo, le cifre ci consegnano un quadro della condizione retributiva dove non mancano sfumature che paiono, in realtà, ampi squarci di un tessuto sociale e nazionale sempre più difficilmente tenuto unito da un’unica trama .
Come avviene, purtroppo, in tanti Paesi occidentali, anche in Germania le donne ricevono una paga inferiore rispetto ai loro colleghi uomini, 18,04 euro contro 20,29 euro, ed è la ragione per cui nella categoria dei percettori a basso reddito spesso si annoverano rappresentanti del gentil sesso. Le disparità di genere non sono l’unico campanello d’allarme, poiché le differenze territoriali sono un elemento altrettanto rilevante. Nei Länder orientali circa il 22% della popolazione in età da lavoro guadagna un salario inferiore alla retribuzione media che è di 17,23 contro i 19,50 euro delle regioni occidentali. Non solo, a Est si trovano anche le prime cinque aree dove si registrano i salari più bassi di tutta la Germania, tanto che Susanne Ferschl – responsabile per il lavoro e della politica sindacale del partito Die Linke – ha dichiarato: “A più di 30 anni dalla riunificazione, è inaccettabile che lo stesso lavoro nella Germania dell’Est sia sistematicamente retribuito meno che nella Germania Ovest”.
Se la situazione non appare rosea rimanendo all’interno dei confini nazionali, passando la frontiera lo scenario si fa ancora più cupo e meno rassicurante. Secondo un sondaggio realizzato nel 2018 – tempi in cui affioravano le prime avvisaglie di una possibile inversione di trend dell’economia tedesca -, la Germania aveva un tasso di occupazione a basso salario pari al 20,68%, quarta soltanto dopo Polonia, Bulgaria e Lettonia e a confronto di una media europea del 15,22%.
Tali dati assumono maggiore rilevanza se calati nel contesto travagliato in cui da un certo lasso di tempo è finita intrappolata l’economia teutonica. Un tasso medio di inflazione del 5,9% nell’ultimo anno ha fortemente eroso il potere d’acquisto dei tedeschi facendo sì che buona parte dei loro guadagni fosse spesa per il sostentamento essenziale a causa di prezzi delle merci e dei servizi diventati proibitivi per tanti. Oltre all’aumento delle tariffe delle svariate categorie merceologiche – condizione che riguarda, però, tutto il mondo e non solo la Germania – negli ultimi mesi l’export tedesco, perno importante dell’impianto commerciale della terza potenza mondiale, ha conosciuto una contrazione notevole verso tutti i principali mercati di sbocco, pari a una perdita di valore dei beni esportati del 2,6% mensile, inducendo molte aziende ad annunciare o a procedere con licenziamenti di massa e ad attivare una concorrenza al ribasso dei costi in tanti settori chiave.
Date le circostanze sin qua descritte, non è difficile capire perché un numero crescente di tedeschi guadagni una paga via via più inconsistente al punto di divenire un mero reddito di sopravvivenza. A essere maligni, però, il fatto non stupisce se si considera che il tema del lavoro tiene banco nell’opinione pubblica di più o meno tutti i Paesi occidentali e, per di più, l’inflazione alle stelle e le previsioni sconfortanti sulla crescita costringono i lavoratori di qualsiasi latitudine a tirare la cinghia per arrivare a fine mese. Forse, ciò che desta stupore è ascoltare e abituarsi a una narrazione che è passata dal dipingerci la Germania da prima della classe all’alunno che s’inginocchia sui ceci col cappello da somaro anche su un suo storico punto di forza come la questione degli stipendi, rispetto ai quali – sebbene continuino a rimanere complessivamente più elevati dei nostri – noi italiani abbiamo sempre guardato con una certa invidia e senza mai associarli alla condizione di lavoro povero.