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Una goccia d’acqua a un assetato. Con questa figura si potrebbe, nel migliore dei modi, confrontare la politica di ristori economici promossa ultimamente dal governo Conte, e in particolare l’ultima misura decretata la scorsa settimana a sostegno delle categorie che saranno colpite dalle restrizioni natalizie.

I ristori natalizi sono decisamente più insoddisfacenti di quelli precedenti, su cui perlomeno un confronto politico tra forze politiche e tra maggioranza e opposizione c’è stato, e sono mirati essenzialmente alle attività di ristorazione. Per la precisione ristoranti, agriturismi, gelaterie, pasticcerie, catering, mense e ristorazione su treni e navi

In particolare, si legge nel decreto, “è riconosciuto un contributo a fondo perduto, nel limite massimo di 455 milioni di euro per l’anno 2020 e di 190 milioni  di euro per l’anno 2021” di fronte a un danno economico che Confcommercio stima potenzialmente pronto ad arrivare fino a 10 miliardi di euro tra mancati ricavi, investimenti andati perduti e spese emergenti.

Una vera e propria figuraccia, invece, quella fatta dal governo Conte II con gli albergatori. Che non rientrano nelle categorie beneficiarie dei ristori di Natale perché… è concesso loro tenere aperto! Con meno di una settimana complessiva di giorni “arancioni” nel “rosso” delle feste, un assurdità. Una situazione pesante ricordata anche dal presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca: “Lo schiaffo finale viene dal decreto che stanzia 650 milioni di euro per tutelare, com’è giusto, i bar e i ristoranti, ma dimentica completamente gli alberghi, che hanno subito danni ancora maggiori”.

E anche per chi potrà accedere ai contributi l’aiuto non sarà certamente una panacea. In primo luogo, potrà essere accettato come beneficiario, da decreto, solo chi ha “già beneficiato del contributo a fondo perduto di cui all’articolo 25 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34″, cioè appunto il decreto Rilancio. Allora per le attività con un fatturato massimo di 5 milioni di euro, a seconda degli scaglioni, era riconosciuto dal 10 al 20% della perdita di fatturato tra aprile 2020 e aprile 2019, oggi varrà la stessa regola ma per dicembre. Una strategia minimale, se pensiamo che l’erogazione media del Dl Rilancio era circa la metà di quella del Dl Ristori di novembre.

Fipe-Confcommercio ha parlato di perdite di fatturato pari a circa 33 miliardi di euro su 86 complessivi per il 2020 e di un inizio 2021 che si preannuncia altrettanto duro. La natura del provvedimento (decreto legge e non Dpcm) prevede che le camere potranno discutere eventuali emendamenti solo a partire dal mese di febbraio, mentre lo spazio per una discussione d’aula sulla manovra che permetta correttivi o promesse politiche di ulteriori sostegni oltre le parole di Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri è ridotto dai tempi strettissimi per l’approvazione definitiva della stessa.

Tutto questo dopo un anno in cui la risposta economica alla crisi pandemica ha prodotto risultati incerti e zoppicanti, in cui si è tirato a campare piuttosto che immaginare un vero progetto-Paese. La doccia fredda agli albergatori e la “mancia” di ristoro dicembrina è solo l’ultima di una serie di docce fredde fatte dal governo ai titolari di impresa e ai cittadini sul tema del sostegno alle attività colpite dalle chiusure. Ed è ancora più insoddisfacente se pensiamo ai tempi stretti con cui le chiusure sono state deliberate. Nei dibattiti sul futuro del Paese si parla di Recovery Fund, di digitalizzazione, transizione energetica e intelligenza artificiale: ma di fronte a questo caos ci chiediamo come possa immaginare le strategie per l’Italia di domani un esecutivo incapace anche di capire le priorità per evitare il tracollo di numerose attività operanti in un settore chiave per i consumi e la vita sociale del Paese

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