Il sistema lavorativo della Cina potrebbe presto essere travolto da un terremoto. Una ricerca realizzata dall’University Institute of Quality Development Strategy di Wuhan ha evidenziato come il 5% della forza lavoro cinese corra il rischio di essere sostituita da macchinari e robot vari da qui al 2025. In altre parole, numerose occupazioni evaporeranno nel nulla, e al tempo stesso aumenterà la pressione sul mercato del lavoro. Un bel problema per il Paese più popoloso al mondo, che conta quasi 1,4 miliardi di persone.

In ogni caso, il lavoro accademico citato è stato condotto prendendo in esame circa 2mila aziende cinesi. Ebbene, sottolinea anche il South China Morning Post, la percentuale di lavoratori impiegati in aziende che utilizzavano la robotica è schizzata dal 12% del 2008 al 37% del 2017. Cosa significa tutto questo? Due cose. La prima è che, conti alla mano, un lavoratore con gli occhi a mandorla su 20 potrebbe essere sostituito da un robot nel giro di appena cinque anni. La seconda è che quasi il 40% della forza lavoro manifatturiera cinese, quella che per intenderci provvedeva fino a pochi anni fa ad alimentare la cosiddetta fabbrica del mondo, ha buone chance di essere colpito dall’avvento dei robot.

Dinamiche pericolose

Il sondaggio rivela come nel 2017 il 13,4% delle aziende prese in esame abbia utilizzato robot come parte dei propri processi. La stessa cifra, appena due anni prima, si attestava intorno all’8,1%. Appare evidente: mano a mano che le fabbriche affideranno le loro mansioni all’automazione, sempre più cinesi saranno costretti a cambiare lavoro o reinventarsene uno da zero. L’ascesa dei robot, inoltre, avrà un impatto sproporzionato su quei lavoratori in possesso di livelli di istruzione inferiore, gli stessi che si dedicano per lo più a mansioni manuali. Gli altri, almeno per il momento, sono salvi. Ma anche per loro, il futuro non è certo garantito. In Cina, infatti, il tasso medio annuo degli investimenti nel settore robotica cresce anno dopo anno: tra il 2015 e il 2017 tale valore è aumentato del 57%. Sempre nello stesso periodo, e sempre considerando la nostra ricerca accademica, la robotica ha sostituito il 9,4% dei dipendenti con un diploma di scuola media inferiore o un’istruzione ancora più bassa. Parallelamente, la domanda di laureati è cresciuta di appena il 3,6%.

Il rischio di un nuovo Grande Balzo in Avanti?

Nel 2017 Pechino ha annunciato il piano strategico Made in China 2025, un programma che dovrebbe portare Pechino a produrre non più paccottaglia a basso costo ma beni di alta qualità. Dunque, la priorità del governo è ora quella di produrre apparecchiature sempre più tecnologiche e moderne, così da aiutare il Paese a gettare il cuore oltre l’ostacolo e competere in tutto e per tutto con l’Occidente. L’obiettivo del Dragone è raggiungere le prime 10 nazioni più automatizzate al mondo entro il 2020, puntando su una proporzione di 150 robot per ogni 10 mila dipendenti. Ecco perché entro il prossimo anno la spesa annuale della Cina per la robotica sfonderà il tetto dei 59 miliardi di dollari.

L’anno scorso sono state piazzate 154 mila unità di robot industriali all’interno delle fabbriche, mentre nello stesso lasso di tempo, negli Stati Uniti, se ne sono installate appena 40.300. Se da una parte il governo cinese spera (e sogna) di svoltare, dall’altra c’è il rischio che accanto agli eventuali benefici economici si nascondano enormi problematiche sociali. Pensiamo ad esempio al futuro dei circa 100 milioni di lavoratori impegnati nel settore manifatturiero cinese. Che fine faranno? Chi li manterrà? Difficile dirlo, anche se per il 2020 l’istituto di Wuhan ha previsto, nonostante tutto, una crescita del tasso di occupazione complessivo della Cina pari all’1,6%. Pechino deve tuttavia muoversi adagio. Già una volta nel suo passato il Dragone ha tentato di colmare il gap con l’Occidente abbracciando un piano economico che si sarebbe rivelato suicida. Ripetere un Grande Balzo in Avanti sarebbe quanto mai deleterio e non auspicabile.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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