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Il Recovery Fund? In teoria non sarà un aiuto immediato e non sarà operativo prima della metà di settembre. A sollevare più di un dubbio sulla portata del ”risultato storico” ottenuto da Giuseppe Conte in sede europea è stato Paolo Gentiloni. Già, perché, intervistato dalla trasmissione “Mezz’ora in più” su Rai 3, il commissario europeo all’Economia ha ribadito la necessità di bruciare le tappe.

”Il fondo deve partire ora – ha spiegato Gentiloni – Non abbiamo due anni a disposizione come avvenne tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’avvio del piano Marshall nel 1947”. Il Recovery Fund ”partirà entro l’estate” ha aggiunto. ”Deve partire presto, poi il fondo dispiegherà la sua forza non solo nel 2020 ma anche nel 2021. Dovrà essere importante correggere gli squilibri tra i Paesi europei, che è obiettivo del fondo stesso”, ha quindi puntualizzato l’ex premier.

Non c’è tempo da perdere

Il motivo di una simile fretta è semplice. La pandemia di Covid-19 ha messo in ginocchio il sistema economico dell’intera Eurozona: ”Ogni Paese sta spendendo quattrini per rimettere in moto l’economia e fa bene ed è prima volta che la Ue invita a spendere. Ma abbiamo il rischio che le diverse capacità di ogni singolo Stato aumentino le differenze e, quindi, che si esca dalla crisi in modo diverso da Paese a Paese. E per questo che il fondo deve partire presto”.

Per quanto riguarda la potenza di fuoco del fondo, per Gentiloni ”una dimensione ragionevole sarebbe all’incirca di 1.500 miliardi“. Tanti soldi o pochi? Al netto della quantità sembra essere più importante il tempismo con il quale questi denari verranno messi sul tavolo.

Aspettare troppo può infatti comportare due rischi da evitare, come fa notare anche Il Messaggero: la comparsa di differenze sostanziali tra i Paesi nel ritmo della ripresa e la conseguente divergenza economica tra Stati. Detto altrimenti, se l’obiettivo di Bruxelles, oltre a quello di salvare i singoli membri dell’Ue, è davvero quello di preservare la stessa Unione, deve agire ora e subito.

I quattro nodi da sciogliere

A questo punto entriamo in una fase paradossale. Superato il braccio di ferro sull’approvazione del fondo, adesso bisognerà accordarsi su almeno quattro dettagli inerenti al Recovery Fund. Primo: la durata. Secondo: le modalità di finanziamento. Terzo: il volume effettivo. Quarto: gli obiettivi dello strumento. La certezza è che, al fine di sostenere l’emissione di bond, le risorse proprie dell’Unione dovranno essere portate dall’attuale 1,2% al 2%. Per quanto riguarda le dimensioni sono tre le cifre in ballo: 700, 1000 e 1500 miliardi, anche se un documento tecnico della stessa Commissione parla di ”un’operazione da 320 miliardi’‘ capace di ”generarne 2000”.

C’è da capire infine se il fondo farà soltanto prestiti o anche sovvenzioni che non dovranno essere rimborsate. Olanda e Austria spingono per quest’ultima opzione, così come il fronte rigorista; lo schieramento anti rigorista, di cui fa parte anche l’Italia, si trova invece su posizioni opposte. In ogni caso Gentiloni ha citato Ursula von der Leyen: ”Ha detto che ci sarà un mix: i prestiti non li buttiamo via, ma certamente i finanziamenti a fondo perduto devono essere una parte consistente”. Certo è che Bruxelles non ha alcuna intenzione di far crescere ulteriormente il debito di Paesi come Italia e Spagna.

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