Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Quando parliamo di Africa non dobbiamo pensare a un continente formato soltanto da Paesi del Terzo Mondo, arretrato e ormai incapace di fare quel salto di qualità che consentirebbe alla regione di assumere un ruolo attivo rilevante all’interno dello scacchiere globale. In Africa convivono in realtà molte afriche. C’è, senza ombra di dubbio, un’ampia parte di Africa economicamente depressa e politicamente oppressa da dittatori e golpisti di turno. Un’Africa dalla quale chi può tenta di fuggire il più lontano possibile, attivando quel meccanismo perverso che consente alle migliori menti di formarsi all’estero e ai più poveri, e meno dotati di skill, di sopravvivere ai margini di qualche nazione europea.

Un po’ più nascosta, forse perché non raccontata a dovere, c’è però anche un’altra Africa. Un’Africa che, pur con mille ostacoli e altrettante difficoltà, è riuscita per lo meno a piantare i semi di un ipotetico successo sul proprio territorio. Alcuni di questi semi sono sbocciati, regalando interessanti realtà imprenditoriali e aree frequentate da giovani startup affamate; altri attendono il momento giusto per spiccare il volo. E non è un caso che, secondo un rapporto diffuso da AfricArena, nel corso del 2021 il finanziamento di capitale virtuale per le startup raggiungerà una cifra compresa tra i 2,25 e i 2,8 miliardi di dollari. Un record, considerando che il massimo storico è stato toccato nel 2019, quando 234 società tecnologiche hanno raccolto 2,02 miliardi di dollari. Certo, nel 2020 la pandemia di Covid-19 ha provocato gravi battute di arresto, con una crescita in calo del 29% ma le previsioni, a differenza di quanto si possa pensare, sono rosee.

Nel 2022 sono attesi investimenti in venture capital fino ai 4,7 miliardi di dollari, per sfondare i 10 miliardi nel 2025. A cosa si deve questo boom? Ci sono vari fattori da mettere in conto, a cominciare dalle acquisizioni delle società africane, dall’intensificazione degli investimenti esteri stranieri e da interessanti iniziative congiunte realizzate in concerto con altri Paesi e continenti. Quali sono, allora, gli hotspot più caldi per i venture capital? Nigeria e Kenya si piazzano ai primissimi posti, con rispettivamente 307 e 305 milioni di dollari raccolti nel 2020. Seguono Egitto (269 milioni di finanziamenti registrati) e Sudafrica (259). Merita menzione anche il Ruanda, che nel 2019 aveva raccolto 126 milioni, cifra poi crollata del 91% a soli 11,6 milioni a causa dell’insorgenza del Sars-CoV-2.

Talento sprecato: il caso della Nigeria

Se da un lato la Nigeria attrae ingenti investimenti, e può letteralmente dormire su un mare di petrolio (vedi il Delta del Niger), dall’altro non è ancora stata in grado di fare il grande passo verso un futuro di successo. Il Paese ha più facce, specchio dei circa 300 gruppi etnici spinti dagli inglesi a formare uno Stato nazionale unificato. E pensare che nel 2009 il governo nigeriano, vessato da anni di corruzione, malapolitica e incapacità di diversificare l’economia, aveva lanciato un documento denominato Vision 2020, ovvero una sorta di road map che avrebbe dovuto trasformare l’economia locale in una delle più rilevanti a livello mondiale entro il 2020.

La missione è naufragata in malo modo, visto che la Nigeria resta ancorata al classico concetto di “vorrei ma non posso”. Già, perché Abuja è descritta come la più ricca fonte africana di esportazioni energetiche ma, come ha scritto il giornalista Tom Burgis, riesce a garantire ai nigeriani l’elettricità sufficiente per far funzionare appena un tostapane ogni 44 persone. I miliardi di dollari derivanti dalla vendita del petrolio, gli stessi che avrebbero dovuto migliorare la rete elettrica e le sue centrali, sono svaniti nel nulla in nome della corruzione. Risultato: fino a qualche anno fa la Nigeria produceva metà dell’energia della Corea del Nord, mentre il 62% dei nigeriani continua a vivere con meno di 1,25 dollari al giorno. La Nigeria delle startup, delle enclavi scintillanti piene di negozi all’ultima moda, convive spalla a spalla con la Nigeria dei blackout, della disoccupazione endemica e dell’assenza di prospettive.

Un’idea di futuro: il caso dell’Angola

Non è ancora un modello da prendere come punto di riferimento per l’Africa, ma è senza dubbio un’alternativa interessante se confrontata a molti Paesi presenti nel continente. Dalla fine della guerra civile nel 2002 a oggi, l’Angola, una ventina di milioni di abitanti, ha fatto registrare uno dei tassi di crescita economica più rapidi mai visti, arrivando perfino a far impallidire la Cina. Il pil angolano ha avuto una crescita senza pari, passando dal +3,4% del 2003 al +20% del 2007, mentre il pil pro capite è schizzato dai 700 dollari del 2002 ai 5.700 dollari di quest’anno. Luanda, la capitale, è in cima alla classifica delle città più costose del pianeta (per capirsi, è davanti a Singapore, Tokyo e Zurigo). Ma da dove viene tutta questa ricchezza improvvisa? Da dove vengono i litri di champagne consumati, le ferrovie e gli alberghi nuovi di zecca? Semplice: dal petrolio.

La macchina petrolifera del Paese è in grado di produrre 2 milioni di barili al giorno (più di 1 su 50 dei barili estratti al mondo). Sonagol, gruppo parastatale che sovrintende alla produzione di petrolio e gas naturale in Angola, può sfoggiare numeri da urlo. Nel 2011 ha collezionato 34 miliardi di dollari di fatturato ma l’intera industria del petrolio crea soltanto l’1% dei posti di lavoro complessivi, pur generando quasi l’intero reddito da esportazione del Paese. Accanto all’Angola lussureggiante troviamo infatti un’Angola affollata di profughi, baraccopoli e povertà. In generale, il modus operandi angolano risulta più efficace di quello nigeriano. Restano tuttavia due problemi non da poco che dovrebbero essere risolti al più presto: 1) la mancanza di una ricchezza condivisa, visto che i proventi petroliferi non portano prosperità all’intera comunità e; 2) mancanza di diversificazione economica. L’idea di futuro di Luanda c’è, ma al momento è soltanto tratteggiata su un foglio bianco ombreggiato da troppa corruzione.

Gli aspetti positivi e negativi di Nairobi

Nei giorni scorsi una donna ha presentato un metodo innovativo per fabbricare mattoni. Non più cemento e calcestruzzo, bensì plastica riciclata. Lei è l’ingegnere Nzambi Matee ed è nata e cresciuta in Kenya. Ha intuito le potenzialità derivanti dal riciclo della plastica, un materiale ben presente nelle discariche di Nairobi. Grazie alla sua idea non solo tonnellate di spazzatura verranno riutilizzate, ma la sua startup, la Gjenge Makers, ha potuto assumere 120 operai. Questo è solo un esempio delle potenzialità di Nairobi. La metropoli conta ormai cinque milioni di abitanti. È capitale di un Paese, quale il Kenya, non ancora potenza africana. Ma grazie alla sua posizione e alla vicinanza con il porto di Mombasa, a cui si può accedere dal 2017 con una moderna linea ferroviaria costruita dai cinesi, negli anni la città è diventata un polo commerciale e industriale di primaria importanza per l’Africa. Nell’ultimo decennio poi si è potuto assistere a una vertiginosa crescita degli investimenti nel settore tecnologico e finanziario.

Questo ha inciso anche nello sviluppo urbano della metropoli. È stato costruito ad esempio il Central Business District, un quartiere racchiuso in un grande rettangolo al centro di Nairobi dove sono sorti decine di grattacieli. Qui oltre alle istituzioni politiche nazionali e internazionali, quali tra tutte una delle più grandi sedi delle Nazioni Unite, hanno preso posto alcune compagnie straniere. Un processo talmente rapido che all’esterno del perimetro del Cbd, oramai completamente edificato, le autorità hanno dovuto dar vita a nuovi quartieri commerciali. Upper Hill Westlands sono soltanto le ultime zone popolate di grattacieli e uffici sorte negli ultimi anni. Ciò che differenzia Nairobi da molte altre realtà del continente, è che qui hanno trovato spazio tante statup locali. Quella dell’ingegnere Nzami Matee è una tra le centinaia nate dal 2010 in poi. Fiore all’occhiello del polo di Nairobi è l’hi-tech.

Non è certamente un caso. Le università kenyiane stanno sfornando decine di nuovi ingegneri, soprattutto nel ramo dell’informatica. Per sostenere il ritmo di crescita del settore, ha sottolineato sul Financial Times Iyinoluwa Aboyeji, giovane ingegnere nigeriano da anni impegnato a Nairobi, dovrebbero uscire dalle locali università sempre più informatici. Molte aziende big-tech hanno messo gli occhi su Nairobi. Non solo si scommette sulla qualità dei giovani ingegneri, ma anche sulle capacità gestionali dimostrate. E questo ha aperto la porta però a un tasto dolente. Per ogni grande multinazionale che mette piede nella capitale kenyana, molte piccole aziende rischiano di andare in difficoltà. L’arrivo di alcune big-tech, come ad esempio Microsoft, a Nairobi ha assorbito molta forza lavoro e molti di quei giovani ingegneri capaci di avviare le imprese locali. Opportunità che rischiano di trasformarsi in difficoltà, mentre la città deve fare i conti con un suo importante atavico problema. Quello della povertà: la comparsa dei grattacieli non ha coinciso con la fine degli slum, le baraccopoli più povere d’Africa. Ce ne sono almeno un centinaio e qui vivono due milioni di abitanti della metropoli. Una disuguaglianza difficile da superare.

Dal Ruanda al Sudafrica: i potenziali nuovi hub tecnologici dell’Africa

Quando si pensa al Ruanda la mente va inevitabilmente al 1994, anno in cui nel Paese ha avuto luogo uno dei più tragici genocidi del ‘900. Oggi Kigali, la capitale, si presenta con un aspetto moderno. Grattacieli e strade larghe hanno segnato il nuovo volto della città. E forse dell’intero Ruanda. Il governo, guidato dal 2000 dal presidente Paul Kagame, ha fama di essere tra i più stabili del continente. E parlare di stabilità in un Paese dove le ferite dei massacri sono ancora recenti non è passato inosservato. Nemmeno agli investitori, sia stranieri che locali. Kigali sta lottando per diventare una sorta di “Ginevra” dell’Africa orientale. Anche da queste parti è l’hi-tech a dominare la scena. È qui ad esempio che si è dato avvio alla produzione di Marail primo smartphone interamente africano.

Ma quando si parla di poli africani, non occorre mai dimenticare il Sudafrica. Nonostante la crisi economica e una situazione interna difficile sul fronte della sicurezza, il Paese rimane comunque la prima economia africana. Al suo interno ha diverse località con una storia industriale e commerciale solidificata. Johannesbourg e Durban ne sono un esempio. L’aver ospitato il mondiale di calcio del 2010 ha poi dato ulteriore impulso all’immagine del Paese. Ma il Sudafrica, come il Ruanda e come i potenziali nuovi poli africani, devono fare i conti con i propri atavici problemi. Che hanno nell’instabilità, nella corruzione e nelle disuguaglianze i punti più critici.

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