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Fate con comodo, verrebbe da dire. Il 2020, l’anno della pandemia, l’anno in cui più che in passato è necessario il confronto politico per il rilancio del Paese e in cui servirebbe un’interlocuzione diretta tra esecutivo e Camere, vedrà il prosieguo di una brutta tradizione all’italiana: l’arrivo tardivo della manovra in Parlamento.

I tempi di esame di emendamenti e articoli della Legge di Bilancio sono sempre più ristretti considerando che il testo deve approdare nell’Aula di Montecitorio lunedì mattina alle 11 per la discussione generale. Ma la seduta odierna della Commissione Bilancio di Montecitorio è slittata a orario da definirsi dopo esser stata convocata originariamente per le 10.30. La manovra da 40 miliardi di euro è dunque ancora lontana dall’arrivo definitivo per la discussione in Parlamento, in cui per avere un testo definitivo approvato entro il 31 dicembre è molto probabile che il governo troncherà le discussioni ponendo la questione di fiducia. Necessaria anche per superare le divisioni in una maggioranza in via di sfaldamento. L’anno scorso la legge di bilancio andò in aula il 22 dicembre, in questo caso si prevede di anticipare di un giorno solo e, per evitare quell’esercizio provvisorio che faceva paura già al neonato esecutivo giallorosso nel 2019 e che oggi sarebbe insostenibile, si prevede di reiterare una pratica tossica per le regole della democrazia parlamentare.

Particolarmente consistenti le modifiche che la maggioranza intende apporre alla manovra dopo aver visto il fianco scoperto lasciato alle critiche dell’opposizione di centrodestra sul tema dei lavoratori autonomi e le criticità emerse dalla mini-crisi che ha portato alla verifica di governo. Causa dello stralcio dalla bozza di manovra di provvedimenti come l’articolo per l’istituzione dell’Istituto italiano di cybersicurezza e del mancato inserimento della nuova struttura di governance del Recovery Fund. Italia Viva, il partito di Matteo Renzi, ha ottenuto lo stop alla sugar tax, mentre l’ala sinistra di Pd e M5S e Liberi e Uguali potranno beneficiare del via libera a misure come la fornitura del “kit digitale di Stato” ai cittadini con reddito inferiore e di un nuovo fondo per prevenire la crisi del trasporto aereo.

Ma le modifiche concordate sono estremamente ampie, e tutte avvenute a livello di contrattazione partitica pre-parlamentare. Come nota l’Agi, “tra i correttivi proposti da governo e maggioranza ci sono poi l’esenzione della prima rata dell’Imu per il 2021 per i settori del turismo e dello spettacolo, gli incentivi per le auto, il fondo per gli autonomi con lo stop dei contributi previdenziali e la nuova cig fino a 800 euro, il kit per la digitalizzazione, le nuove regole per i contratti di espansione, i fondi per le scuole paritarie che accolgono alunni disabili, e i ristori e l’integrazione cig per il trasporto aereo”. Una serie di modifiche che dovranno sostanziarsi poi in un complesso groviglio di emendamenti e correzioni al testo che impongono un complesso processo di analisi e verifica. I tempi si potranno dilungare, dunque, e un vero e proprio tour de force sarà necessario per completare la verifica entro domenica sera.

Nulla di nuovo sotto il sole, ma nell’anno della pandemia una maggiore trasparenza sarebbe risultata ben accetta. La realtà è che le conclusioni della verifica di governo convocata da Conte sono state interlocutorie, e nella maggioranza è nata la tacita volontà di rimandare il confronto decisivo a gennaio, evitando lo stigma di una crisi sui numeri sulla manovra che lasci il governo scoperto e senza i numeri per difendere la sua posizione a fine anno e il Paese senza nuovi piani d’aiuto economici e senza una strategia vaccinale.

La manovra non avrà dunque i tempi necessari per esser discussa con approfondita precisione nei due rami del Parlamento. Pratiche come questa sono purtroppo  divenute ordinarie, anno dopo anno. Nel 2018 abbiamo assistito alla scelta del governo M5S-Lega di modificare con un solo maxi-emendamento la manovra finanziaria dopo l’accordo tra il premier e la Commissione. La manovra in questione arrivò in Parlamento il 28 dicembre. Guido Crosetto, tra i più lucidi critici dell’opposizione, allora sottolineò come l’indifferenza verso il rispetto delle regole fosse oramai talmente assimilato da venir considerato quasi naturale. Memorabile un ex intervento, in quell’occasione, dell’ex onorevole di Fratelli d’Italia: “Se domenica una squadra avesse iniziato a giocare la partita non mettendo la palla al centro ma sul dischetto del rigore ci sarebbero 630 deputati qui a stracciarsi le vesti, perché le regole non vanno cambiate. Invece se si infrange la Costituzione ce ne sbattiamo e ci passiamo sopra perché la maggior parte delle persone non ne capisce la gravità”.

Le parole di Crosetto sono ancor più significative se consideriamo come si è sviluppata in futuro la questione dell’approvazione della manovra. Il governo M5S-Pd nel 2019 ha seguito la stessa prassi muovendosi verso l’approvazione della Finanziaria a colpi di fiducia in Senato di una manovra monolitica, la meno democratica di sempre. Tanto che il presidente della Camera, Roberto Fico lamentò allora il problema dei tempi troppo stretti.

Quest’anno sarà nuovamente così, è inutile illudersi che possa avvenire il contrario. Parlano i tempi contingentati, parla l’emergenza sanitaria, parla soprattutto una prassi accentratrice verso l’esecutivo delle competenze e dei poteri che va oltre ogni dettame costituzionale. Un presagio di quanto potrebbe accadere se il centralismo giacobino che vediamo oggi dispiegarsi fosse applicato ai miliardi europei. E in questo contesto è forse un bene che Matteo Renzi abbia contribuito a stoppare l’appropriazione da parte di Conte e sodali del timone del Recovery Fund. Non si può scherzare ulteriormente con le regole base della democrazia italiana.