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Daniele Franco è tecnico navigato e di esperienza, ma anche per l’ex ragioniere generale dello Stato promosso da Mario Draghi a ministro dell’Economia nel suo governo la partita apertasi in Europa sul Recovery Fund si preannuncia complessa. Nella due giorni segnata da riunioni in sede Eurogruppo ed Ecofin, Franco ha conosciuto in videoconferenza i colleghi dell’Unione e ha potuto constatare che la sfida per Roma sarà decisamente in salita.

Avevamo detto che anche Draghi dovrà guardarsi dal rischio di vedere l’Italia trasformata nel San Sebastiano d’Europa e di essere trafitta nei mesi a venire dai dardi dei fautori dell’austerità (i falchi del Nord) in seguito all’approvazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Il nuovo governo dovrà sfruttare la finestra di opportunità garantita dall’arrivo dei fondi europei ma, soprattutto, consolidata dalla continuità nella sospensione delle regole europee sul pareggio di bilancio e gli aiuti di Stato per immaginare una ripresa complessiva del Paese. Ebbene, Franco si è confrontato con i colleghi europei e ha potuto notare che diversi nodi stanno venendo al pettine: e ora più che mai constatiamo quanto rovinosa sia stata la prona accettazione di ogni minuzia burocratica proveniente da Bruxelles da parte del decaduto governo giallorosso, che sulla narrazione dell’ottenimento dei fondi europei aveva costruito un’immagine di prestigio che esisteva solo nella fantasia di Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri. Concedendo, come contropartita, una serie di cambiali che renderanno la corsa a Next Generation Eu una maratona costellata da ostacoli. E una partita politica fondamentale.

Questi temi sono emerso nel confronto di Franco con i colleghi, Il 19 febbraio l’Ue, dopo l’approvazione dell’Europarlamento, pubblicherà ufficialmente le regole che disciplinano minuziosamente le modalità con cui saranno erogati 312,5 miliardi di sussidi e 390 miliardi di prestiti, cioè la quota dominante dei 750 miliardi di NextGen.

Dalla “pagella” sui piani nazionali al nodo condizionalità, abbiamo citato gli ostacoli che un progetto del genere rischia di incontrare, e non dimentichiamo che per l’Italia questo si aggiunge a diverse procedure d’infrazione aperte dalla Commissione che, in settori strategici come il turismo, potrebbero complicare l’ottenimento dei denari europei.

In questo contesto, il governo Draghi e Franco potrebbero trovarsi di fronte alla necessità se scegliere di adottare completamente i finanziamenti europei o se adattarsi plasticamente alle diverse condizionalità che verranno chieste come contropartita per accorciare le linee e presidiare un nocciolo duro di progetti strategici da completare poi con finanziamenti propri e la spinta sul deficit nazionale. Ma la finestra di opportunità si sta per chiudere: il governo dovrà mediare anche con la fase della potenziale crisi occupazionale e con la fine delle garanzie pubbliche sugli aiuti alle imprese nel contesto di un’Europa che vede un ritorno delle pulsioni “rigoriste” sui conti pubblici. Il super-falco lettone Valdis Dombrovskis, “zar” dell’Economia nella Commissione e superiore diretto del nostro Paolo Gentiloni, ha ribadito all’Ecofin che per il futuro la strada sarà quella del consolidamento dei conti pubblici e della fine degli aiuti incondizionati alle imprese in crisi. Sul primo fronte l’ufficio studi del Senato italiano ha rilevato che anche Next Generation Eu, all’articolo 10 del Recovery and Resilience Fund, impegna i Paesi membri a seguire tale strada, mentre in campo di sostegno alle imprese la necessità di fare aiuti selettivi, che pure Draghi non ha escluso, rischia di arenarsi contro l’eccessivo irrigidimento dei falchi Ue.

E non dimentichiamo che, alle spalle di tutto questo, si stanno accumulando le nubi di una possibile tempesta bancaria per la normativa entrata in vigore l’1 gennaio scorso sugli scoperti, che impone alle banche di segnare tra i crediti deteriorati i fondi non rimborsati dai debitori superiori ai 100 euro a tre mesi dalla sottoscrizione. Il circolo vizioso tra crisi aziendali, carenze di aiuti e crediti deteriorati potrebbe creare un ambiente ostile alla ripresa e depotenziare ogni sforzo del governo Draghi per muoversi pragmaticamente su NextGen. A Draghi e Franco il compito di riuscire dove Conte e Gualtieri non si sono impegnati, e cioè nel pensare alla ripresa italiana come a una sfida sistemica e all’Europa come a un terreno negoziale di confronto, non a un mondo astratto cui accodarsi acriticamente. Sarà dura: e dalla ristrutturazione della bozza di NextGen capiremo molto presto le nostre prospettive future.

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