Nell’era dell’alta tecnologia, dell’innovazione sostenuta, del cloud, del 5G e dell’intelligenza artificiale una risorsa tradizionale sta acquisendo un valore sempre più strategico nei mercati globali: l’acciaioIl “ritorno” della politica industriale nei Paesi occidentali ha portato alla necessità di coniugare nuovi paradigmi produttivi, tecnologie abilitanti e rilancio dell’industria manifatturiera, rendendo dunque fondamentale focalizzarsi anche sui trend di mercato delle materie prime e degli asset produttivi.

L’attuale fase di rilancio sostenuto della produzione industriale e delle economie occidentali sta generando su scala globale pressioni inflazionistiche che si riverberano sui prezzi delle materie prime e di prodotti come l’acciaio. Nazioni come la Russia, strutturalmente gravate da carichi di inflazione maggiori rispetto alle economie più avanzate, hanno corso ai ripari introducendo una serie tasse temporanee sulle esportazioni di acciaio, nichel, alluminio e rame per aiutare a raffreddare queste tensioni e dare fiato al mercato interno.

Su scala globale nel 2021 i prezzi dell’acciaio sono cresciuti del 215% rispetto ai periodi pre-pandemia. Lo riporta Fortune sottolineando che i prezzi dei laminati a caldo sono saliti da 700-800 dollari alla tonnellata fino agli attuali 1825. La logica, riporta la testata statunitense, è simile a quanto sta avvenendo in altri mercati come quello dei semiconduttori o della gomma per pneumatici: l’asimmetria tra una depressione della domanda nel periodo dei lockdown e un successivo notevole rilancio a seguito della maggiore richiesta di beni di consumo e alla crescente spesa dei cittadini ha prodotto attriti e frizioni. Aggiungiamo a ciò il fatto che la richiesta di acciai speciali si è amplificata per ragioni legate alla produzione di impianti legati al settore sanitairo e avremo un quadro completo della complessità del settore.

Il mondo dell’acciaio va inoltre analizzato pensando al ruolo giocato dal gigante del settore: la Cina. Nel 2020 la produzione siderurgica cinese ha assorbito più della metà della produzione di acciaio globale, superando la quota del miliardo di tonnellate sfornate in un anno, record che non era mai riuscito a nessun Paese. Il risveglio del Dragone dopo il Covid è stato preponderante rispetto a quello delle economie occidentali. E ora, per combattere la spinta sui prezzi e difendere il mercato interno, Pechino si prepara a mosse simili a quelle di Mosca. Come ha scritto StartMag, “in linea con quanto già annunciato da Mosca, anche la Cina sarebbe in procinto di annunciare una tassa sulle esportazioni di acciaio. È quanto dicono all’Ansa alcuni trader siderurgici, secondo cui l’entità del provvedimento si attesterebbe intorno al 15%”. La decisione, fanno notare gli analisti, avrà profondi impatti in tutto il mercato globale e si preannuncia come un possibile fattore di depressione delle prospettive di ripresa dell’economia globale. Osservato speciale è il Vecchio Continente.

La somma tra i dazi russi e quelli cinesi “non farà altro che aggravare la già tesa condizione del mercato dell’acciaio in Europa alle prese con livelli di prezzi sui record storici”. I produttori europei, che tra investimenti per la sostenibilità, rilancio degli impianti e corsa all’efficienza puntano a un tipo di acciai a maggior valore aggiunto e di nicchia rispetto ai dominanti prodotti cinesi, temono di esser messi fuori mercato dall’aumento dei costi di gestione e dalle maggiori incertezze sui ricavi connessi a un boom di prezzi senza precedenti. Dietro il boom dei prezzi c’è inoltre in gioco l’effetto di una spinta finanziaria rialzista che mira a cercare nelle materie prime quei rendimenti erosi altrove dall’inflazione.

L’Italia è tra i Paesi maggiormente a rischio per questa nuova dinamica in atto. La criticità del nostro settore siderurgico e l’esposizione all’importazione dall’estero, dopo i nuovi dazi, rischia di colpire enormemente la nostra manifattura. Già messa a rischio dall’inflazione sui prezzi di corrente e fonti energetiche. Ora più che mai si capisce la valenza della partita strategica dell’Ilva e della necessità di mettere a sistema risorse pubbliche e private al servizio del rilancio dell’acciaio italiano. Fattore di indipendenza strategica in un mercato competitivo e esposto a profonde volatilità sui prezzi: mai quanto ora, il fatto che il Consiglio di Stato abbia deciso di non chiudere l’Ilva, evitando la creazione di un nuovo deserto industriale a Taranto, è da salutare come benaugurante e valorizzare. La politica industriale può fermare l’impatto della nuova crisi dei dazi sul sistema-Paese: ma ad avere il pallino del gioco in mano sono, in fin dei conti, i colossi che per il proprio interesse nazionale arrivano a colpire la loro stessa posizione da esportatori.

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