Miliardi “congelati, come se fossero prigionieri di Alcatraz”. Risorse inutilizzabili e congelate nel Meccanismo europeo di stabilità che non è possibile sbloccare se non con le famose condizionalità ex Articolo 136 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. La definizione ad effetto riportata da un autorevole fonte europea da Roberto Sommella di Milano Finanza la dice lunga sulla flessibilità del discusso “fondo salva-Stati”.

C’è un insostenibile dilemma del prigioniero che vincola i fondi del Mes alla risposta alla crisi comunitaria. La logica ottimale vorrebbe che il fondo venisse “svuotato” e a ogni Paese fosse consentito di fare quanto preferisce con la propria quota messa in dotazione al suo armamentario, come i 14 miliardi depositati dall’Italia. Al tempo stesso, l’Eurogruppo ha recentemente partorito un compromesso che chiede l’istituzione di linee di credito aggiuntive a condizionalità ridotte, opzione attualmente non prevista dal trattato del Mes, e la possibilità per ogni Stato di chiedere una procedura al fondo fino a un massimo del 2% del Pil.

L’utilizzo sul fronte interno delle dotazioni garantite al Mes è da molti vista come un’opzione pragmatica e utile. “Si tratta di una cifra considerevole”, nota Sommella, che potrebbe essere “utilizzata subito per finanziare attraverso il loro conto corrente le Pmi boccheggianti oppure per varare quel reddito di emergenza tanto voluto e non ottenuto proprio dal Movimento 5 Stelle. Pecunia non olet. Soprattutto se è la propria”. Sommella, giornalista non ostile nei confronti dell’Unione Europea ma analista critico dei limiti dell’architettura comunitaria, svela dunque la forte incoerenza tra la possibilità di attivare linee di credito soggette a condizionalità diverse, a parole, da quelle rigide imposte dai trattati e quella, più efficiente, del “liberi tutti” che aumenterebbe la forza oggettiva di ogni Stato. A ben guardare, una procedura già messa in campo dalla Commissione di Ursula von der Leyen con la flessibilità sui fondi di coesione e lo stop al Patto di Stabilità per l’anno 2020.

L’esecutivo italiano è diviso tra le sue molte anime, e non si capisce la divergenza tra le scelte di Giuseppe Conte precedenti all’ultimo Eurogruppo, con l’invio di Roberto Gualtieri delegato a difendere la linea “Mes no, Eurobond sì”, l’incapacità del governo di porre in essere serie manovre volte a scongiurare un ricorso al Mes indipendentemente dall’esito dal summit e, dopo la sconfitta della sua posizione, i tentennamenti sulle misure da condurre in porto. La presa di posizione del dem Antonio Misiani, tra i vice di Gualtieri al ministero dell’Economia, contraria al ricorso al Mes non basta a rassicurare gli animi. La realtà è che nello stato di confusione generale in cui si ritrova il governo giallorosso spera di strappare un accordo vantaggioso nel Consiglio Europeo del 23 aprile.

“Da lì”, scrive Sommella, Conte sarà a un bivio: “Si vedrà anche il destino del suo governo, dalla capacità di diventare leader senza valutazioni di breve respiro. Un’analisi di coscienza che dovranno fare anche maggioranza e opposizione” nel contesto di una politica faziosa e incapace di venire a capo anche delle scelte più semplici e lineari. Quali potrebbe essere lo svuotamento formale del Mes per subordinare le risorse a politiche coordinate a livello nazionale e supportate dal “bazooka” della Banca europea degli investimenti e dalla garanzia, ballerina ma non deleteria, del fondo anti-disoccupazione Sure. Nella confusione che lo anima il governo di Roma è in preda di una destabilizzante inazione.

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