Nelle scorse settimane il governo guidato da Mario Draghi ha annunciato un’accelerazione del processo di coinvolgimento dell’Italia nella partita per la produzione dei vaccini contro il Covid-19. La mobilitazione dell’industria nazionale avverrà sul fronte del rafforzamento degli impianti per l’infialamento, sulla ricerca delle aziende capaci di produrre vaccini in Italia anche sulla base di accordi commerciali con le multinazionali detentrici dei brevetti e sul rafforzamento della ricerca sul vaccino nazionale Reithera.

Il “piano Draghi” è complesso e articolato, comunica a valle con la nuova logistica integrata guidata dal generale Francesco Paolo Figliuolo e ha nel Ministero dello Sviluppo Economico guidato da Giancarlo Giorgetti uno snodo chiave. La strategia di Draghi e Giorgetti si scontra, però, con le criticità e i ritardi ereditati dall’apatia e dalle inefficienze del governo Conte II.

Nella giornata del 4 marzo al Mise si è svolto un incontro tra Giorgetti, i suoi funzionari e gli esponenti dell’industria farmaceutica nazionale.  Nel corso della riunione è stata verificata la disponibilità di alcune aziende a produrre i bulk, ossia i fondamentali principi attivi ed altre componenti dell’antidoto per il Sars-Cov-2, “perché già dotate, o in grado di farlo a breve, dei necessari bioreattori e fermentatori”, fa notare l’Ansa in un lancio d’agenzia. Per innestare una filiera completa dei vaccini, invece, servirà aspettare da quattro a sei mesi e, realisticamente, sarà in autunno, quando si spera anche il siero di Reithera potrà essere in fase finale di sperimentazione.

Parliamo di tempi accelerati e di procedure rese più snelle dalle possibilità offerte dal sostegno del governo e del Commissario europeo all’Industria Thierry Breton alla necessaria riconversione industriale. Ma ci chiediamo: perché si è dovuto aspettare il governo Draghi per porre in essere strategie di questo tipo? Cosa (non) ha fatto il vecchio esecutivo guidato da Giuseppe Conte per avviare una strategia omnicomprensiva sui vaccini? La questione merita risposta.

Tra le più pesanti eredità del governo Conte e del suo commissario all’emergenza Covid-19 Domenico Arcuri ci sono le criticità legate alla governance della campagna vaccinale, nella sua intera filiera organizzativa: nonostante il super-lavoro delle forze armate, il governo non ha saputo, analogamente ai partner europei, reagire ai tagli di forniture delle case farmaceutiche e non ha predisposto sin dall’autunno scorso adeguate strategie di politica industriale per inserirsi nella catena del valore dei vaccini e internalizzare sul territorio nazionale parte delle produzioni. Se il “bonus monopattino” è stata la misura simbolo del disastro economico giallorossopotremmo dire che i padiglioni a formula di primula immaginati come hub vaccinali “politicamente corretti” sono stati il suo analogo nel contesto della politica vaccinale di Conte, Arcuri e colleghi.

Gli appelli in tal senso non sono mancati. “Secondo Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria”, notava Linkiesta nelle scorse settimane, “in Italia ci sono già molti stabilimenti in grado di partecipare alla catena di produzione. Resta da capire perché a dicembre o a gennaio, cioè dopo l’ok dell’Ema per la produzione dei diversi vaccini, il governo Conte non sia sceso in campo proponendosi come parte della catena di produzione” e si sia dovuto aspettare marzo con il nuovo esecutivo per le prime mosse in tal senso. Che, tra le altre cose, stanno garantendo prospettive operative alla necessaria riconversione industriale richiesta per la creazione di macchinari e utensili necessari nella filiera vaccinale: si segnala in tal senso la disponibilità delle aziende italiane della filiera delle macchine che lavorano a pressione, che accelereranno la produzione dei bioreattori la cui carenza è il vero “collo di bottiglia” della catena produttiva.

Mentre la Germania creava a Marburgo il suo maxi-impianto vaccinale, la Francia tramite Sanofi acquisiva il brevetto del vaccino Pfizer e il Regno Unito metteva in campo il polo gallese di Wrexham da 100 milioni di dosi il governo Conte II brancolava nel buio. Silvio Garattini, dell’Istituto Mario Negri, è stato tra i principali accademici che hanno chiesto all’ex governo un cambio di passo deciso sulla produzione, anche a costo di bypassare licenze e brevetti; Conte già a settembre era stato messo sotto pressione dagli industriali del farmaco, con Scaccabarozzi che aveva sottolineato come un’attenta programmazione strategica avrebbe evitato una “gara tra aziende”. Il farmacologo Carlo Tomino, ex dirigente dell’Aifa, in una lettera al Quotidiano Sanità lamentava che era normale trovarsi di fronte a ritardi strutturali sulla filiera perchè la partecipazione dell’Italia “doveva essere organizzata per tempo (addirittura inserendola nei contratti con le aziende che detengono la titolarità dei Vaccini), visto che l’Italia possiede una filiera produttiva tra le migliori al mondo, sia per qualità che per quantità”.

Il governo Conte II ha sprecato mesi, come li ha sprecati nella prevenzione della seconda ondata, conclusasi in un disastro sanitario per il numero di decessi e le problematiche create alla società italiana, e nel contenimento della recessione pandemica dell’ultimo anno. Il fallimento sui vaccini è forse, di tutte queste problematiche, quella in cui la componente di responsabilità politica è più marcatamente visibile: se di fronte al cigno nero del Covid-19 una quota di responsabilità per errori e sbagli può essere emendata, non può esservi analoga comprensione sul totale fallimento programmatico di un’efficace e vincente strategia vaccinale e sul mancato coinvolgimento dell’industria nazionale nonostante appelli e segnalazioni provenienti da diverse parti. Draghi e Giorgetti non hanno compiuto miracoli, ma sono partiti semplicemente da quella che avrebbe dovuta essere l’ordinaria amministrazione in un periodo emergenziale: gettare le basi di una strategia nazionale. Fossimo partiti a ottobre, ora parleremmo di un’altra storia. Ma nell’Italia giallorossa il medio-lungo periodo si fermava alla settimana dopo, al prossimo Dpcm, al sondaggio successivo. Un orizzonte di pochi mesi era, per Conte e sodali, a dir poco imperscrutabile.