La “reazione dei mercati” è una delle aspettative maggiormente prese in esame nel valutare gli esiti di un evento cruciale della politica internazionale. L’aneddoto di Nathan Rotschild che nel 1815 anticipa l’arrivo della notizia della vittoria di Waterloo in Inghilterra per compiere un’avanzata strategica nella borsa locale è probabilmente poco più che una leggenda, ma che la dice lunga sul grado di commistione tra grande politica internazionale e dinamiche finanziarie e sull’indissolubilità di questo legame.

I mercati finanziari e i loro operatori sono attori tutt’altro che perfettamente razionali come una certa vulgata economica vorrebbe insegnare, ma sono al contempo emotivi e strategici: subiscono gli shock della politica internazionale e i “cigni neri”, ma al tempo stesso si adoperano per ottenere un capitale informativo notevole e redditizio per ridurre al minimo la loro esposizione. Questo spiega la scarsa riflessività delle borse al progressivo complicarsi del contesto internazionale negli ultimi anni.

Ai mercati finanziari risulta più difficile incassare i colpi improvvisi che convivere con fasi di stress geopolitico prolungato: le modalità con cui Wall Street ha attraversato incolume la buriana del primo triennio dell’era Trump, contraddistinto da coinvolgimenti diretti degli Stati Uniti in crisi con Corea del Nord, Iran e Cina, lo testimonia. Per le borse ha rischiato di essere assai più dannoso un evento improvviso come l’attacco dei droni yemeniti alle raffinerie saudite di settembre 2019 piuttosto che l’accensione prolungata di diversi focolai di crisi.

“Da quando sono scoppiate le tensioni tra Stati Uniti e Corea del Nord (nel febbraio 2017) fino al giorno in cui Donald Trump ha stretto la mano a Kim Jong-Un nell’isola di Sentosa (12 giugno 2018), Wall Street ha guadagnato il 20%“, fa notare Il Sole 24 Ore. Dinamiche simili in occasione dell’apertura della guerra commerciale con la Cina e dell’avanzata delle tensioni con Teheran.

La realtà è che i mercati azionari sono oramai sempre più svincolati dalla relazione puntuale con l’attualità internazionale. Lo stato di continua volatilità negli stock azionari è stato alimentato da politiche finanziarie che hanno al contempo distaccato borse ed economia reale e svincolato la finanza dalla necessità di prestare continuamente attenzione a ciò che accade nelle relazioni internazionali. Anche la tensione alle stelle può andare bene, purchè si standardizzi come business as usual.

Effetto del dilagare del quantitative easing globale che da circa un decennio offre materiale combustibile al rally borsistico. “La grande liquidità iniettata dalle banche centrali e i tassi bassissimi sono insomma i grandi propulsori di un rally che sembra non avere fine. E nel 2020 il film potrebbe essere lo stesso: calcola Bank of America che solo nel primo semestre le banche centrali globali pomperanno sui mercati altri 600 miliardi di dollari”. Se nel 1815 quella del barone Rotschild era una leggenda, molto spesso narrata a tinte nere, oggi l’idealtipo complottista dello speculatore pronto a lucrare sulle tensioni degli scenari mondiali è più fuori luogo che mai.

Altri, tanto concreti quanto immateriali sono i listini e ben più problematici sono i grattacapi causati dall’attuale scenario finanziario globale. In primo luogo, il citato svincolamento tra economia reale e finanza su cui si innesta la spirale decrescente di buyback azionari (riacquisti di proprie azioni ad opera delle società quotate) che gonfia il valore dei listini senza alcuna giustificazione reale. In secondo luogo, l’opacità di strumenti finanziari “atipici” come i derivati che ingombrano i bilanci delle principali società. Infine, l’incapacità di trovare strumenti regolatori capaci di rompere il circolo vizioso che vede le banche centrali costringere a rincorrere le borse fornendo moneta a basso tasso di sconto per le spericolate attività finanziarie odierne.

Tutti fattori che esulano dalle dinamiche internazionali. E se da un lato un’eccessiva dipendenza delle borse dall’umoralità dei rapporti tra Stati rischierebbe di essere un guaio per i sistemi economici occidentali, dall’altro è da tenere in conto il fatto che non è salutare avere un tale distacco tra il piano della politica e quello dell’economia finanziarizzata. Che sul lungo termine produce fattori di instabilità capaci di ripercuotersi, inevitabilmente, nel concreto funzionamento di Stati e dinamiche globali. Si è interrotta una delle parti di una relazione bilaterale, ma la sua controparte continua, purtroppo, a funzionare come sempre.