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Nel medio oriente il nuovo secolo si è aperto con una sfida tutta interna al Golfo Persico. Con i soldi del petrolio, le monarchie della penisola arabica hanno avviato una gara per contendersi il primato nel soft power. Qatar ed Emirati Arabi Uniti sono partiti per primi. I giochi asiatici di Doha del 2006 ad esempio, hanno rappresentato un preambolo dei mondiali di calcio ospitati proprio dal Qatar nel 2022. Al Jazeera, primo grande network panarabo con sede nella capitale qatarota, è diventato popolare anche in occidente con lo scoppio della guerra in Afghanistan.

Negli Emirati, si è risposto costruendo a Dubai una vera e propria “Las Vegas del Golfo”, attirando non solo turisti e soldi ma anche pubblicità e popolarità. La grande assente in questa prima parte della sfida tutta interna alle petromonarchie è stata senza dubbio l’Arabia Saudita. E forse non è un caso: la sua dinastia regnante, principale custode del wahabbismo e detentrice delle chiavi de La Mecca, ha sottovalutato i mezzi legati al soft power.

Qualcosa è cambiato con l’avvento di Re Salman nel 2015 e, soprattutto, del figlio Mohammed Bin Salman. Con l’ascesa di Mbs, acronimo del suo nome con il quale spesso lui stesso ama farsi identificare il principe ereditario, Riad ha voluto prepotentemente inserirsi nella lotta per avere un proprio soft power. Non c’è evento sportivo o internazionale in cui l’Arabia Saudita non abbia messo le proprie mani. Quella di Mbs sembra una rincorsa quasi in affanno per recuperare tempo e spazio ai vicini rivali.

Expo e mondiali di calcio, i due obiettivi più importanti per i Saud

Nella corsa al soft power, Riad ha prima provato a rifarsi un‘immagine: la concessione della patente alle donne o la possibilità per le stesse di entrare negli stadi, sono stati tentativi promossi dal rampollo dei Saud per evitare di vedere ancora etichettata l’Arabia Saudita come il più conservatore dei Paesi della regione. Successivamente, Mbs ha puntato sull’organizzazione dei grandi eventi. A Jedda ha portato la Formula Uno, con quasi vent’anni di ritardo dal primo gran premio ospitato in Bahrein, poi ha scoperto la possibilità di entrare nel mondo del calcio.

L’acquisto del Newcastle in Inghilterra da parte del fondo di Stato saudita, ha aperto la strada per una scalata nello sport più popolare. Anche in questo caso con un profondo ritardo rispetto ai Paesi vicini. Ma l’ambizione di recuperare il terreno perduto non ha fatto badare a spese, tanto da portare nel campionato saudita molti campioni affermati in Europa. L’operazione relativa al portoghese Cristiano Ronaldo ne è un esempio.

Considerando anche il successo dei mondiali in Qatar, Riad ha quindi deciso di fare un ulteriore salto: certa di avere ampie chance di vittoria, specie dopo il ritiro dell’Australia, l’Arabia Saudita si è candidata per ospitare il torneo nel 2034. L’assegnazione della competizione iridata è stata ufficializzata pochi giorni dopo quella di un altro grande evento, questa volta non sportivo: l’Expo del 2030. Riad infatti ospiterà la fiera internazionale dopo aver battuto Busan e Roma. E a dieci anni dall’edizione ospitata da Dubai nel 2020.

Il richiamo per le aziende del Vecchio Continente

Nel Paese dei Saud si lavorerà quindi alacremente per arrivare pronti all’Expo e ai mondiali. Due appuntamenti che richiedono importanti infrastrutture: non solo spazi espositivi e stadi, ma anche ferrovie, metropolitane, nuove autostrade per accogliere i milioni di turisti e visitatori attesi.

Le grandi opere di cui l’Arabia si dovrà dotare richiederanno un’esperienza e un know how in grado di fare gola a molti colossi europei. Il Paese è di fatto un cantiere aperto su molti fronti. In alcuni casi si tratta di opere attese da anni, quali la metropolitana di Riad oppure il cosiddetto “Landbridge“, ossia il ponte di terra tra due mari. Si tratta della ferrovia ad alta velocità che connetterà il Golfo Persico con il Mar Rosso, tagliando di netto il territorio saudita.

I cantieri sono stati aperti pochi anni fa, ma soltanto in questi ultimi mesi la linea ferroviaria ha assunto un’importanza strategica internazionale: una volta posati i binari infatti, molte aziende potranno scaricare le merci nel Golfo e trasportarle in treno fino al Mar Rosso, per poi da qui raggiungere il Canale di Suez. In tal modo, verrebbe aggirato il blocco dello Stretto di Bab El Mandeb causato dalle attività missilistiche degli Houthi.

Ci sono poi altri progetti avveniristici, ideati forse più per un capriccio di immagine che per reali necessità. Come nel caso della città di Neom, metropoli destinata a sbucare dal nulla nel Golfo di Aqaba tra grattacieli e alberghi di lusso. Riad aveva già deputato Jedda quale capitale del turismo saudita, attrezzandola con strutture importanti e richiamando qui copiosi investimenti internazionali. Ma Mbs ha voluto fare le cose ancora più in grande, dando mandato di progettare da zero una nuova cattedrale nel deserto.

Anche l’Italia spettatrice interessata

A Neom sta operando anche un colosso italiano come WeBuild. Sono due i progetti curati dall’azienda. Il primo riguarda l’area di Trojena, lì dove verrà impiantata la prima pista da scii della penisola arabica. Gli impianti saranno situati a oltre 1.500 metri di altezza e ospiteranno i Giochi Asiatici invernali del 2029. WeBuild sta attualmente costruendo le tre grandi dighe che serviranno ad alimentare il lago d’acqua dolce progettato all’interno del complesso di Trojena. L’altro progetto invece riguarda la costruzione di una linea ferroviaria di 57 km che collegheranno diversi punti dell’area attorno Neom.

Ed è proprio sulle ferrovie saudite che si stanno concentrando altri investimenti di marca italiana. Il sopracitato progetto Landbridge vede attualmente coinvolta infatti anche Italferr, già impegnata assieme a un consorzio spagnolo nella costruzione della linea ad alta velocità tra Medina e La Mecca ultimata nel 2018.

Si tratta di due esempi che dimostrano come anche l’Italia appare interessata ai diversi progetti sauditi. Del resto, nonostante non poche contraddizioni e polemiche in merito, i rapporti tra Roma e Riad sono sempre stati ottimi. Anche il recente duello tra le due capitali per l’Expo non ha scalfito le relazioni politiche e commerciali.

L’impressione è che il mercato del Paese arabo farà ancora più gola nei prossimi anni e ovviamente non solo alle imprese italiane. Per molti esserci rappresenta un imperativo, per altri invece un notevole rischio: la luna di miele saudita potrebbe non durare per sempre. Secondo il Wall Street Journal, il fondo sovrano che sta pompando i faraonici progetti dei Saud sarebbe a corto di liquidità. Non avrebbe cioè a disposizione nell’immediato tutti i miliardi che servono per finanziare giorno per giorno le varie attività. A settembre ad esempio, come ammesso dagli stessi amministratori del fondo, nelle casse erano presenti “solo” 15 miliardi di Dollari. Un problema che, anche se non rappresenta un segnale di crisi imminente, testimonia come Riad potrebbe anche aver fatto un passo più lungo della sua gamba.

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