I nuovi oligarchi dell’economia mondiale, i giganti del web, sono gravati da carichi d’imposta risibili rispetto alle loro potenzialità contributive, alla loro capitalizzazione e alla dimensione dei loro utili. Nel solo decennio 2010-2019, secondo quanto stimato dall’ong britannica Fair Tax Mark, sarebbe stato pari a circa 100 miliardi di dollari il volume di imposte eluso o evitato ai sei più grandi colossi tecnologici statunitensi a livello globale.

Amazon, Facebook, Google, Netflix, Apple e Microsoft hanno beneficiato dei colossali sconti fiscali impostati dall’amministrazione Trump, che ha fatto decollare dividendi e utili dei grandi della finanza Usa (da Wall Street alla Silicon Valley), dei regimi favorevoli di imposizione di Paesi europei come l’Irlandae, nella loro madrepatria, di politiche locali smaccatamente costruite per favorirne il radicamento, in una corsa alla competizione tra i principali centri urbani. Poche settimane fa, infatti, l’amministrazione democratica di Chicago ha destato scalpore con l’offerta fatta a Amazon di incamerare nei suoi conti 1,32 miliardi di tasse sul reddito dovute alla municipalità per convincere il colosso della logistica a costruire in Illinois la sua seconda casa madre.

Un vero e proprio appannaggio, che estende al big tech la diffusa pratica delle città statunitensi di sussidiare con gli sconti fiscali le grandi imprese, eventualità che succede già con colossi come Walmart, Google, Target, Sears, Boeing. Per la cronaca, Chicago non è riuscita a convincere l’azienda. Amazon ha selezionato Arlington (Virginia), a due passi Pentagono, tra i principali committenti e controllore strategico dei giganti del web, completamente inseriti nella grande strategia degli Usa. Che non lesinano aiuti economici ai loro campioni nazionali per mantenere saldamente le tinte a stelle e strisce della rete globale.

Mentre le grandi imprese della Silicon Valley, tutte assieme, toccano l’irreale quotazione borsistica di 5.384 miliardi di dollari (pari a 4.879 miliardi di euro), cioè 2,5 volte il prodotto interno lordo italiano, i loro amministratori delegati, ammantati di progressismo e apertura globale nella retorica che li contraddistingue, brindano a Donald Trump e alla sua riforma fiscale. Più potenti di interi Stati, le grandi compagnie tecnologiche puntano all’ipertrofia: immaginano l‘espansione del business all’attività bancaria, sognano addirittura progetti spaziali, sfidano a muso duro i Paesi europei che mirano all’introduzione della cosiddetta “web tax” comunitaria. La quale rappresenterebbe una sfida diretta ai paradisi fiscali occulti nell’Unione (Belgio, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Paesi Bassi) e uno schiaffo sonoro al governo statunitense. Non a caso salito in cattedra in difesa dei suoi colossi tecnologici.

Siamo di fronte a una distorsione dei mercati senza precedenti nella storia recente dell’economia mondiale. I grandi attori del digitale esercitano un potere di condizionamento di ampissima portata e un’influenza politica proporzionale alle loro quotazioni: oltre 60 i milioni di dollari spesi annualmente al Congresso e oltre 20 a Bruxelles per attività di lobbying su larga scala. Che contribuiscono a regimi fiscali favorevoli, favoriti dall’inserimento di Washington nella race to the bottom della competizione fiscale. Capace di produrre il più grande trasferimento di ricchezza verso l’1% più ricco della popolazione statunitense che la storia ricordi. 

Per Washington favorire in maniera sfacciata un settore tanto strategico è una certezza ulteriore dell’allineamento fedele dei suoi membri nel conflitto tecnologico e geopolitico con la Cina. Ma per l’Europa uno stato di inerzia nei confronti dei colossi del web è tollerabile? Possono le economie piegate da anni di disinvestimento e dall’austerità sopportare una discrepanza di trattamento tanto palese? La difficoltà nel rispondere a queste domande ci fa capire quanto sia difficile esercitare vera sovranità di fronte ai grandi potentati economici del mondo odierno.

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