Il Recovery Fund comunitario di cui da mesi si parla come del volano decisivo per il rilancio dell’Unione Europea post-crisi è ancora ben lontano dal vedere la luce, e forse ancor più che dalle misure in esso contenute sarà dalla somma di manovre politiche e azioni ad esso collaterali che si capirà veramente chi può esser qualificato tra i vincitori politici del processo negoziale.

Oltre alla Germania di Angela Merkel,che da mesi detta i tempi di un processo negoziale che non porterà alla nascita del fondo Next Generation Eu prima del 2021, tra questi si classificano senza ombra di dubbio i Paesi “frugali”, i falchi del Nord Europa guidati dall’Olanda di Mark Ruttee che, assieme ai partner della Nuova lega anseatica (Danimarca, Svezia e, più defilata, Finlandia) includono anche l’Austria di Sebastian Kurz.

Messi in difficoltà da una serie di defezioni dal loro fronte nei primi mesi della crisi pandemica (Irlanda e Paesi baltici) i rigoristi del Nord sono stati anche costretti a assistere al riposizionamento strategico della Germania, più lontana per necessità cogenti dall’integralismo rigorista del 2010-2012; tuttavia, agendo come gruppo di pressione coeso e con obiettivi ben chiari e perseguiti cinicamente (riduzione minimale del contributo extra al bilancio Ue, minimizzazione del deficit comune all’Unione, condizionalità sui prestiti) sono riusciti a condizionare l’evoluzione delle trattative in maniera decisiva. L’Olanda di Rutte ha ottenuto la conferma per i falchi dei rimborsi legati all’ormai mancante privilegio britannico e fondi di compensazione per le conseguenze della Brexit, mentre ora i rigioristi lavorano per rafforzare il controllo comunitario sull’erogazione di prestiti e contributi a fondo perduto da parte dell’Unione.

Sulla base della proposta di un Recovery Fund da 750 miliardi di euro avanzata da Ursula von der Leyen il presidente del Consiglio europeo, sottolinea Il Messaggero, propone “che gli Stati preparino piano di ripresa e agenda per gli investimenti 2021-2023 con controllo nel 2022 per verificare la destinazione finale delle ‘tranche’ per il 2023 (la Commissione aveva proposto la scadenza del 2024). In coerenza con le raccomandazioni Ue. Sarebbe il Consiglio (cioè i governi ad approvarli a maggioranza qualificata (55% degli stati pari ad almeno il 65% della popolazione Ue)”. I “frugali” non ci stanno e chiedono che i due leader dell’Ue aggiungano alla conferma di una supervisione sul rispetto di tempi di realizzazione di investimenti e riforme anche il requisito dell’unanimità per la concessione degli aiuti. Cosa che permetterebbe loro di acquisire un ruolo da protagonisti nel contesto comunitario e poter cannoneggiare con forza utilizzando l’arma retorica della difesa delle finanze nazionali dai “fannulloni” del Sud (Italia, Spagna e così via), mito enormemente distante da qualsiasi reale raffigurazione dell’Europa odierna.

In questo caso i “frugali” otterrebbero una platea politica di assoluta rilevanza, trasformando il loro giudizio nella spada di Damocle con cui muovere all’assalto degli altri Paesi europei su ogni euro di prestito o contributo. Per depotenziarne gli effetti, ridurre il peso del debito condiviso, alimentare l’idea di un’Europa tutta competizione e mercato funzionale alla loro visione. E giocare sul piano interno la carta della politica economica europea: Rutte, ad esempio, ha accentuato il suo sostegno al rigore sui conti temendo un’insidia politica da parte del super-falco suo ministro delle Finanze, Wopke Hoekstra. Il fatto che il Recovery Fund sarà collegato al bilancio europeo garantisce spazio di manovra nei negoziati ai falchi, che ora si possono permettere di giocare a carte scoperte: e dovremo vedere se l’Unione continuerà a garantire concessioni a un gruppo di Paesi che, sommato, non fa il Pil e la popolazione dell’Italia o se dall’area mediterranea ci si sveglierà da un torpore politico che sta producendeo guai seri.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME