Le dimissioni del 53enne Jens Weidmann dalla guida della Bundesbank dopo dieci anni di guida dell’istituto centrale tedesco rappresentano un evento chiave che, sul breve periodo, avrà per la Germania e l’Europa un impatto paragonabile su certi punti di vista all’uscita di Angela Merkel dalla Cancelleria federale.

Weidmann, ex consigliere economico di Angela Merkel, nominato da lei alla banca centrale dieci anni fa, lascerà a fine dicembre con ben cinque anni di anticipo rispetto alla fine del suo mandato, ufficialmente per “motivi personali”, e la corsa per la sua successione si unirà senz’altro all’entrata in scena del nuovo esecutivo destinato, con ogni probabilità, a non includere la Cdu dell’attuale Cancelliera e di essere imperniato sulla coalizione “semaforo” SpdVerdi-Liberali con il Ministro delle Finanze Olaf Scholz quale nuovo capo del governo. Con la sua uscita di scena il fronte europeo dei fautori del rigore e dei falchi pro-austerità perderà il suo campione assoluto, l’uomo che con forza e tenacia ha negli anni portato agli estremi la linea promossa dalla Germania dopo la Grande Recessione e la crisi dei debiti. Il vero successore dell’ex Ministro delle Finanze e super-falco Wolfgang Schauble è stato proprio il banchiere di Solingen, che anche dopo l’era più buia della battaglia dello spread, dell’imposizione dell’austerità alla Grecia e della dimostrazione del fallimento del rigorismo teutonico è rimasto un convinto oppositore di qualsiasi svolta sistemica.

In particolar modo, Weidmann assieme a Schauble ha profondamente criticato Mario Draghi nel momento in cui guidando la Bce l’attuale presidente del Consiglio italiano varò il quantitative easing nel 2015, è rimasto un profondo oppositore delle politiche espansive anti-rigoriste e anche dopo l’inizio della pandemia di Covid-19 ha avversato l’ulteriore politica interventista della Bce per tamponare la pandemia.

Weidmann, in quest’ottica, lascia proprio mentre la sua linea è stata pienamente sconfessata sul campo, cercando però riscossa. E a imporre la svolta è stata la sua antica madrina, Angela Merkel, che in sinergia con Scholz ha reagito alla crisi pandemica in maniera più pragmatica e meno ideologica rottamando il rigore e l’austerità e non ostacolando né la svolta interventista della Bce né la bocciatura dei ricorsi anti-Qe presentati di fronte alla Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe.

Sperando nella rivincita i falchi hanno in questi mesi mirato a riportare la situazione allo status quo pre-pandemico nei mesi e negli anni a venire ridisciplinando rigore e Trattati per il periodo post-pandemico. Da un lato, i falchi del rigore, Olanda e Austria in testa con alle spalle gli alleati della Nuova lega anseatica in ordine sparso, hanno messo il tema sul campo sul fronte politico, dall’altro il governatore della Bundesbank ha continuato premere in loro sostegno. Questo fronte vuole un immediato rientro al vecchio assetto di regole fondato sul duo 3% (deficit/Pil massimo consentito in un anno)/60% (debito/Pil massimo tollerato) dopo la fine della finestra di sospensione del 2022.

Si prospetta un indebolimento di questo fronte e in generale una vittoria della linea che il cancelliere in pectore, Olaf Scholz, intende perorare in Germania ed Europa nei mesi e negli anni a venire?  Ancora presto per dirlo. Questo per un’ampia serie di ragioni.

In primo luogo, Weidmann non è mai stato isolato ma, anzi, guida un apparato fortemente trincerato sul fronte del rigore e potrebbe aver segnato un punto a favore del suo partito separando la battaglia sul rigore dalla discussione sulla sua figura, ritenuta troppo divisiva. Non a caso, nella lettera di dimissioni da governatore, il banchiere nativo della Westfalia è tornato suonare la carica, un’ultima volta, sul rischio inflazione, ritenuto il principale spauracchio di fronte alle politiche espansive. “Per il futuro – ha scritto – sarà cruciale non guardare unilateralmente ai rischi deflazionistici”. E ancora: la politica monetaria della Bce potrà a suo modo essere efficace a patto che “rispetti il suo stretto mandato e non si lasci catturare dalla scia della politica fiscale o dei mercati finanziari”. Insomma, Weidmann si è dimostrato falco tra i falchi fino alla fine.

E a tal proposito, in secondo luogo, andrà valutato come la nomina del successore di Weidmann si sovrapporrà al processo di formazione del nuovo governo in Germania. Per Scholz ciò rappresenta una mina, in quanto il dualismo con la Bundesbank appariva parte di un gioco sistemico volto a mantenere in equilibrio la politica tedesca e le sue anime, quella austeritaria e quella meno rigorista, negli anni a venire. Ora la scelta del successore di Weidmann entrerà prepotentemente nel dibattito politico per il nuovo governo. Christian Lindner, capo dei Liberali Fdp, il partito del parlamento tedesco maggiormente propenso alla difesa del rigore, ha in sinergia col responsabile finanze del partito Florian Toncar chiesto una continuità con un falco, mentre Scholz e i Verdi preferirebbero un successore più morbido. Uno scenario con i Liberali a capo del ministero delle Finanze con Linder e un successore di Weidmann simile al suo attuale vice Claudia Buch sarebbe di deciso condizionamento sul futuro dell’esecutivo nascente, e rappresenterebbe un cambio di prospettiva rispetto alle aspettative di Scholz.

Infine, bisognerà valutare questa decisione nel quadro del dibattito tra il fronte riformista capitanato da Mario Draghi Emmanuel Macron che mira a rottamare definitivamente l’austerità e il partito dei falchi, ora più che mai in difficoltà, dato che Weidmann ha seguito nelle dimissioni il premier austriaco Sebastian Kurz, mentre in Olanda Mark Rutte fatica a formare il nuovo governo. Draghi e Macron mirano a rafforzare il partito anti-austerità e le loro banche centrali sono concordi: col sostegno del duo iberico formato da Spagna e Portogallo e dai governanti socialisti Pedro Sanchez e Antonio Costa e il benestare del premier conservatore greco Kyriakos Mitsotakis intendono a creare un fronte trasversale capace finalmente di unire politicamente l’Europa del Sud e coinvolgere il resto del Vecchio Continente sulla necessità di annacquare le regole più dure. Nelle istituzioni comunitarie il loro principale sponsor è una figura chiave del calibro del capo economista della Bce, l’irlandese “draghiano” Philip Lanevero regista del piano anti-pandemico dell’Eurotower, a cui nel consiglio si contrapporrà sempre di più il super-falco residuo, l’olandese Klaus Knot.

Paradossalmente, questo renderà ancora più decisiva la Germania, perché dal coordinamento tra governo e Bundesbank e dalla condotta di due leadership nuove e tutte da testare si determinerà il futuro delle politiche del Vecchio Continente. Perché l’Europa prosegua sul percorso della ripresa, insomma, serve che tra Cancelleria Federale e Bundesbank, tra Berlino e Francoforte, tra politica e finanza, si trovi un punto di contingenza, che si trovi la prospettiva per annacquare il rigore senza far apparire ciò un cedimento della Germania sui suoi valori mercantilisti. Una vera e propria sfida per la quadratura del cerchio che rappresenterà la prima vetta che il governo tricolore dovrà, in futuro, scalare per dare inerzia alla sua azione. E che sarà un vero e proprio banco di prova per una coalizione complessa ed eterogenea.

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