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L’Italia “malato d’Europa” in campo finanziario dopo la cura da cavallo imposta alla Grecia, l’adeguamento della Spagna di Pedro Sanchez all’asse franco-tedesco e il galleggiamento del Portogallo? Il debito pubblico, il tanto vituperato fardello che testimonierebbe il nostro vivere al di sopra delle nostre possibilità (strana accusa a un Paese con il risparmio privato più elevato d’Europa) come spada di Damocle sull’Europa resa virtuosa dall’austera cura dei nordici? L’austerità stessa come rimedio al vizio capitale delle cicale italiane, alle nostre “colpe” per utilizzare la celebre corrispondenza terminologica tra l’espressione tedesca che significa “colpa” (schlud) e quella che significa “debiti” (schluden)?

Quante volte abbiamo sentito questa retorica nel mondo mediatico e nell’informazione economica. Tuttavia, le recenti osservazioni dell’European Systemic Risk Board, l’agenzia dell’Unione europea che misura il rischio “macro” alla tenuta dell’economia europea, la situazione degli Stati nei confronti del contesto europeo e la prevenzione sistemica dei rischi dell’Eurozona, sembrano andare in direzione opposta. L’Italia e il suo debito pubblico non figurano nell’allerta lanciata dall’ultimo rapporto dell’Esrb, i cui giudizi hanno, forse con colpevole ritardo, interiorizzato un’idea oramai nota all’analisi economica e al mondo informativo: le grandi crisi del nuovo millennio sono state prima di tutto crisi di debito privato traslate al settore pubblico per le risposte insufficienti, e dunque è sul debito dei privati e delle imprese che la vigilanza deve essere più stringente.

Non a caso la Grande recessione è stata una crisi scatenata dalla tempesta Usa sui subprime del settore immobiliare. E l’Esrb ha mandato raccomandazioni a undici Paesi, tra cui due non membri dell’Ue ma del suo circuito di vigilanza presieduto, per statuto da Mario Draghi (Norvegia e Islanda), facendo riferimento “all’indebitamento delle famiglie, elevato o in aumento, alla capacità delle famiglie di rimborsare il loro debito ipotecario, alla crescita del credito ipotecario e all’allentamento dei criteri con cui i prestiti sono concessi, nonché alla valutazione o all’andamento dei prezzi degli immobili residenziali”. E tra questi undici Paesi non c’è l’Italia, forte di una credibilità nei campi presi in esame unica in Europa. Un “warning”, un avvertimento formale che certifica i timori Esrb, è stato inviato a Germania, Francia, Repubblica Ceca, Islanda e Norvegia. In particolare non stupisce l’inclusione di Parigi, i cui livello di debito/Pil includendo il settore privato sono i più alti d’Europa. Nei tedeschi, invece, desta in parte attenzione il mercato immobiliare: la Germania ha il più basso tasso di cittadini proprietari di casa d’Europa (50%), ma un livello di titolari di mutuo (25%) pari a quello italiano.

Ma è nel campo dei Paesi già avvertiti in precedenza su questi rischi di instabilità e ora colpiti da una “raccomandazione” per una maggiore vigilanza nel settore dei debiti e dei crediti e nel mercato immobiliare che il fronte dell’austerità esce con le ossa rotte: a essere colpite sono in questo caso Belgio, Danimarca, Lussemburgo, Olanda, Finlandia e Svezia, sei Paesi in larga misura storicamente favorevoli a tagli di bilancio, strettezze fiscali e mancanza di solidarietà inter-europea. Due dei quali (Lussemburgo e Paesi Bassi) falchi del rigore dall’alto della loro posizione comoda di paradisi fiscali occulti nell’Ue. In questi Paesi l’Esrb giudica “ad alto rischio” la situazione debitoria delle famiglie. Confermando una volta di più la fallacia del famoso mantra secondo cui lo Stato non è una famiglia, molto spesso le condizioni dei conti pubblici non rendo l’idea complessiva dell’indebitamento dell’economia nazionale nel suo complesso. E per l’Italia e l’Europa ciò è più vero che mai.