Nella giornata di giovedì 12 marzo la governatrice della Banca centrale europea Christine Lagarde ha pienamente fallito la sua prima prova esecutiva alla guida dell’Eurotower con la sconcertante e dannosa dichiarazione sugli spread nell’Eurozona che ha aperto la strada a una dolorosa seduta per le borse e i mercati del Vecchio Continente. Travolti dalla peggiore seduta della loro storia a causa dell’offensiva convergente dell’emergenza coronavirus, della caduta dei prezzi del petrolio e dell’inefficacia della Bce post-Mario Draghi.

Dall’ignava negazione di qualsiasi emergenza economica a un intervento goffo e sconclusionato che è costato quasi 70 miliardi di euro alla borsa di Milano, già travolta da una seduta-shock nella giornata del 9 marzo la Lagarde si è letteralmente superata. Ma la frase, poi bruscamente corretta, della non volontà di Francoforte di impegnarsi per ottenere la convergenza tra gli spread dei debiti pubblici nell’Eurozona non è farina esclusiva del sacco della Lagarde. Essa rispecchia, piuttosto, il multipolarismo interno alle istituzioni finanziarie europee, spaccate ora più che mai tra i falchi del rigore, decisi a negare anche nell’ora più buia della crisi qualsivoglia solidarietà, e i fautori di una linea più realista. Tra i quali bisogna includere anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco.

Il Messaggero ha riportato un retroscena della riunione del consiglio direttivo della Bce di giovedì, a cui hanno partecipato i direttori delle principali banche centrali d’Europa assiemealla Lagarde, sottolineando come le ambigue dichiarazioni della Lagarde riflettano le pressioni del gruppo dei “falchi”. “La politica monetaria della Bce non può sostituirsi alle scelte di politica fiscale di un paese – ha esordito con perentorietà uno di questi governatori – Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità, i governi facciano la loro parte”. Difficile non intravedere dietro la figura in questione l’ombra di Jens Weidmann, super-falco del rigore tedesco che guida la Bundesbank tedesca. La cui strategia è chiara: la Germania per sè (tanto che Angela Merkel ha attivato un pacchetto di misure per sostenere le imprese che potrebbe arrivare a valere 550 miliardi di euro), il resto d’Europa si arrangi.

Attorno a Weidmann si sarebbe costituito un fronte ferreo formato da Botjan Vasle, capo della Banca centrale di Slovenia, Olli Rehn, super-falco finlandese, Klaas Knot (Olanda), Madis Muller (Austria) e Peter Kaimir (Slovacchia). Facendo blocco, queste personalità hanno dato sostanza all’affermazione della Lagarde sull’impossibilità di controllare gli spread: la governatrice della Bce ha, in questo caso, peccato soprattutto di debolezza istituzionale, mancando l’occasione di riuscire, come era spesso abile a fare Draghi, a trovare un punto di convergenza equilibrato senza però rinunciare alle possibilità decisionali dettate dalla carica. La Lagarde ha gestito la riunione più importante della Bce dai tempi dell’introduzione del quantitative easing con la stessa attitudine di un amministratore di condominio costretto a non poter scegliere tra gruppi di vicini litigiosi. Lo schianto delle borse è stata la conseguenza immediata di questo disastro.

Un errore che resterà negli annali non solo per la gravità della tempesta provocata sui mercati, ma anche per il duro colpo subito dalla credibilità di una delle principali istituzioni europee, resa dal predecessore della Lagarde l’autorità politicamente, e non solo economicamente, più rilevante dell’Unione. Di fronte al blocco dei falchi del rigore, prosegue Il Messaggero, “l’attesa di un ulteriore taglio dei tassi e di flessibilità massima sugli interventi destinati a puntellare le imprese, stendendo una rete di sicurezza sui lavoratori di fronte al blocco delle attività che entro breve non sarà limitato solo all’Italia, nelle tre ore e mezza di discussione, anche aspra, si è progressivamente frantumata nella sala del consiglio dell’ Eurotower”. L’Europa affonda e, una volta di più, come ai tempi dell’austerity e delle crisi degli anni scorsi a essere responsabili del suo tracollo sono i fautori delle regole più stringenti, della tensione economica che governa il Vecchio Continente, della responsabilizzazione moralista. Miopi e disposti ad aprire nuove falle nella nave che affonda, piuttosto che cambiare idea. Mentre l’inettitudine di un capitano inadeguato come la Lagarde non faceva altro che far deflagrare duramente queste problematiche.