Di fronte all’offensiva tariffaria lanciata dall’amministrazione Trump negli Stati Uniti l’Unione Europea si è trovata in una situazione critica e soprattutto ambivalente Per quanto concerne i rapporti con un partner (e a volte rivale economico ma non strategico) come la Repubblica Popolare Cinese.
Colpita da dazi pesantissimi, pari al 145% da parte degli Stati Uniti la Cina ha risposto facendo appello alla possibilità di dialogare con Bruxelles contro quello che ha definito essere il bullismo unilaterale degli Stati Uniti.
L’Europa si trova di fronte alla grande ambiguità di essere una potenza che per molti anni ha introiettato una visione della Cina frutto più dei desideri di Oltre Atlantico che di quelli dei Paesi membri. E così succede che ci si divida oggi sul fatto che Pedro Sanchez vada in Cina per una visita programmata da tempo o ci si accorga che aver daziato le auto elettriche cinesi per cercare sponda con il campo americano nell’era Biden forse non è stata la scelta più lungimirante vista la dominanza di Byd sul fronte delle vetture non a combustione.
Insomma seppur risparmiata temporaneamente dai dazi reciproci degli Stati Uniti l’Europa si trova di fronte alla necessità di dover profondamente ripensare la sua strategia Verso la Cina. E forse si accorge addirittura che in questo momento non servirà l’interesse europeo l’idea di assecondare fino in fondo la spinta al disaccoppiamento che gli Usa propongono.
L’Europa vive di commercio e mercati aperti. Ha, come di recente ha ricordato Mario Draghi, il 55% del Pil garantito dalle esportazioni dei Paesi, dentro e fuori al blocco. La Cina spinge su un’economia mercantile e chiede di salvare, senza farla sprofondare, la globalizzazione. Il paradosso europeo è legato al fatto che il Vecchio Continente non può permettersi di rompere con Washington sull’economia pur sapendo che l’alternativa resta comunque incerta: un dialogo con una superpotenza manifatturiera che domina filiere tecnologiche e condivide con l’Europa la filosofia ostile ai dazi ma certamente presenta un modello di capitalismo più politico che quello del Vecchio Continente, dominato dall’asse Franco tedesco.
Trump obbliga il Vecchio Continente a una necessità: farsi della Cina un’idea realistica. Cioè di concorrente economico con cui dialogare, non di nemico esistenziale. Di partner diplomatico con cui confrontarsi su interessi e priorità prima ancora che rivale strategico. Di grande attore globale non escludibile, come forse negli USA qualcuno desidera, piuttosto che di Moloch spaventoso. Ma questo forse implica pensare che nel rapporto bilaterale ora è la Cina a dare le carte. E ciò spaventa un blocco che si pensa soggetto, prima ancora che oggetto, delle relazioni globali.
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