I dazi di Donald Trump spaventano davvero la Cina? Dipende da quali dazi. Sembra quasi un paradosso, ma Pechino è più preoccupata dalle tariffe che gli Stati Uniti potrebbero imporre, eventualmente, sui Paesi in via di sviluppo che non da quelle che colpiscono direttamente i prodotti Made in China.
In altre parole, il Dragone teme che Washington possa colpire i suoi “cavalli di Troia” sparsi tra America Latina e Sud-Est asiatico; per intenderci, quei Paesi utilizzati dalle aziende cinesi come porte girevoli per continuare a penetrare nel mercato Usa, bypassando ogni ostacolo commerciale. I pianificatori economici della Cina temono insomma che le tariffe di Trump possano vanificare ogni possibile triangolazione futura e, soprattutto, costringere i Governi di tutto il mondo a scegliere da che parte stare tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese.
Otto anni fa, quando il tycoon riempì per la prima volta la Cina di sanzioni, le aziende iniziarono a investire massicciamente lontano da Pechino, prediligendo nazioni come Vietnam, Malesia, Messico e Thailandia. Il motivo? Semplice: inserire i componenti cinesi in beni che sarebbero poi stati esportati negli Stati Uniti come se non esistessero dazi. In sostanza, assemblare i beni al di fuori della Cina ha consentito a molte aziende di continuare a entrare nel mercato Usa da una porta secondaria. Ebbene, se Trump adesso dovesse chiudere anche queste porte alternative, la situazione si complicherebbe enormemente.

Dazi pericolosi
Basta dare un’occhiata ai numeri per capire di cosa stiamo parlando. Mentre dal 2018 a oggi il surplus commerciale della Cina con gli Stati Uniti si è ridotto di quasi un terzo, le esportazioni cinesi verso i Paesi in via di sviluppo sono schizzate alle stelle. Il caso più emblematico è il Messico, al quale Pechino vende ben 11 volte di più di quanto non vi acquisti (ne abbiamo parlato qui).
Ma cosa racchiudono queste vendite? Per esempio, parti di automobili cinesi assemblate nel territorio messicano e destinate alle concessionarie negli Usa. Come ha ricordato il New York Times, Trump potrebbe costringere il Governo messicano a chiudere il suo mercato ai beni cinesi in cambio di una sospensione futura e definitiva dei dazi contro i prodotti Made in Mexico.
Se così dovesse succedere, il presidente statunitense lascerebbe a bocca aperta i funzionari del Partito Comunista Cinese, che non si sarebbero mai aspettati una mossa del genere da The Donald. Non solo: alcuni analisti hanno fatto notare una “scappatoia” inserita nelle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, che consentirebbe al Messico – e potenzialmente a decine di Paesi a basso e medio reddito – di aumentare legalmente le tariffe, in modo rapido e improvviso, sui beni cinesi senza rischiare alcuna rappresaglia.

La contromossa cinese: più accordi di libero scambio
Il ministro del Commercio cinese, Wang Wentao, ha recentemente fatto presente che il 34% del commercio cinese è avvenuto con Paesi con i quali Pechino ha accordi di libero scambio. Accordi di libero scambio: ecco il coniglio che Xi Jinping può tirare fuori dal suo cilindro per limitare i danni degli eventuali dazi di Trump. La Cina li intrattiene principalmente con le nazioni del Sud-Est asiatico, e questi vincolano i firmatari a non aumentare improvvisamente le tariffe. È dunque lecito aspettarsi, nei prossimi mesi, un incremento di accordi di questo tipo tra il Dragone e Paesi in via di sviluppo, dislocati tra Asia e America Latina (il Messico non ha alcun accordo di libero scambio con la Cina).
Tra le altre contromosse, Pechino ha deciso di prendere di mira specifici prodotti americani con tasse di ritorsione, imponendo dazi del 15% su alcune importazioni agricole dagli Stati Uniti, tra cui pollo, mais, cotone e grano; un’imposta del 10% sulle importazioni di prodotti acquatici, carne di manzo, latticini, frutta e verdura, carne di maiale, soia e sorgo; tasse di importazione sul carbone e sul gas naturale liquefatto (Gnl) statunitensi pari al 15% e un’imposta del 10% sul petrolio greggio; una tariffa del 10% anche sui macchinari agricoli, sui pick-up e su alcune automobili di grandi dimensioni.
Inoltre, la Cina ha avviato controlli sulle esportazioni di 25 metalli rari e un’indagine antimonopolio sul gigante tecnologico statunitense Google; ha aggiunto Pvh – la società americana proprietaria dei marchi Calvin Klein e Tommy Hilfiger – alla sua Unreliable Entity List (insieme ad altre 10 aziende). Nel frattempo, il Governo cinese ha fissato al 5% il suo obiettivo di crescita economica per il 2025 e varato misure di stimolo all’economia. Guerra dei dazi permettendo.


