La pandemia ci impone di essere, fino in fondo, galileiani nel valutare l’avanzamento della ricerca scientifica e seguire il metodo di ricerca più rigoroso possibile. Per questo abbiamo voluto, legittimamente, sollevare dubbi sul fatto che la mancata pubblicità dei contratti della Commissione europea siglati con i colossi del farmaco potesse essere legata alla mancanza di pubblicazioni scientifiche imminenti legate agli annunci di efficacia dei vaccini per la fase tre di sperimentazione e altrettanto legittimamente, andando controcorrente, vogliamo sottolineare il fatto che chiedendo un’indagine più rigorosa sui suoi prodotti l’industria anglo-svedese AstraZeneca ha mostrato una grande trasparenza e un grande senso di responsabilità.

AstraZeneca e l’Università di Oxford, recentemente, hanno ammesso che errori di produzione potrebbero aver viziato i risultati preliminari della sperimentazione del loro potenziale vaccino contro la Covid-19. Ma che questo errore potrebbe aver favorito la scoperta di un metodo di somministrazione più efficiente. Come riporta Il Sole 24 Ore, durante i test sarebbe avvenuto “un errore di dosaggio che avrebbe permesso al vaccino” cui lavora anche l’Irbm di Pomezia di ottenere una reale copertura efficiente del 90% e che si sarebbe verificato nel passaggio dal campione più ampio a quello più ristretto. “Il regime a due dosi complete ha mostrato un’efficacia del 62% su una platea di 8.900 persone. Ma nei partecipanti al trial più ristretto (2.900 persone) ai quali è stata data ‘per sbaglio’ prima una dose dimezzata e poi una intera come seconda somministrazione, questa efficacia ha raggiunto quota 90%”. L’errore potrebbe aver mobilitato dunque un’interessante scoperta: una prima dose attiva la risposta del sistema immunitario al Sars-Cov-2, avviando poi nell’organismo la preparazione alla possibilità di ricevere una dose completa nel modo più efficace.

Parliamo di sviluppi che sono la normalità nel processo di sperimentazione di farmaci e vaccini e che la pandemia ha ampiamente accelerato. AstraZeneca e l’Università di Oxford hanno dimostrato una grande trasparenza che è mancata a altri gruppi, come Pfizer, che non hanno ammesso pubblicamente eventuali inciampi, incidenti di percorso o processi simili, preferendo limitarsi a dichiarare l’efficacia “grezza” dei loro vaccini. L’università di Oxford, inoltre, ha dichiarato che i risultati della fase 3 saranno pubblicati sulla rivista Lancet nelle prossime settimane dopo un processo di peer-review, come da noi auspicato in precedenza: un passaggio fondamentale che potrebbe nascere proprio da quello che è stato un errore di prassi e che ha però suscitato dubbi e critiche oltre Atlantico.

Negli Stati Uniti nemmeno per i vaccini anti-Covid è stata messa una deroga alle regole che impongono la possibilità per i farmaci di entrare in vigore solo dopo aver superato una fase clinica sul territorio nazionale.

Come ricorda La Stampa, i maggiori quotidiani statunitensi “Bloomberg, il Wall Street Journal, il New York Times – hanno iniziato un bombardamento mediatico contro AstraZeneca, supportato da scienziati statunitensi che hanno sposato la causa delle aziende farmaceutiche di casa”. Anche i vertici dell’operazione americana Warp Speed hanno lasciato intendere che il vaccino AstraZeneca necessiti di ulteriori sperimentazioni. Questo potrebbe rallentare l’entrata in vigore su scala globale di un vaccino che, sotto diversi punti di vista, spaventa i produttori dei suoi concorrenti occidentali. Costando poco meno di tre euro a dose il vaccino AstraZeneca è dalle tre alle cinque volte più economico di quello di Pfizer e Moderna e inoltre necessita di una conservazione a temperatura frigo molto meno problematica della complessa catena del freddo necessaria per altri vaccini.

Il supplemento d’indagine dovuto al fortuito ma potenzialmente risolutivo errore nel primo test annunciato dall’ad di AstraZeneca Pascal Soriot non rallenterà, ma potrebbe addirittura accelerare, l’iter di approvazione da parte dell’autorità medica europea (Ema), ma rischia di diventare la scusa con cui Washington potrebbe in futuro favorire i produttori nazionali a scapito del concorrente europeo. Assistiamo dunque ai prodomi della partita politica che vedrà gli Stati intenti, in futuro, a promuovere i propri colossi farmaceutici nazionali. AstraZeneca, con circa 25 miliardi di dollari di fatturato, è un autentico colosso, ma la sua svolta spaventa il Big Pharma statunitense. Ma il messaggio che le autorità politiche dovrebbero lanciare è di natura distensiva: nessuna società, se sarà coerente con l’iter scientifico di approvazione, patirà un buco di bilancio dalla corsa al vaccino e nella partita globale della distribuzione servirà la massima cooperazione tra governi, autorità regolatrici, società produttrici e case farmaceutiche sviluppatrici dei vaccini. Alimentare una guerra economica sotterranea rischia di rallentare la corsa a un fondamentale bene globale comune.