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I bilanci d’oro delle banche europee: 121 miliardi di euro di dividendi

La crescita del margine d’interesse nel 2023 ha fatto volare i bilanci delle maggiori banche europee, che quest’anno distribuiranno 120 miliardi di euro di dividendi, secondo le stime di Ubs. L’istituto svizzero che nel 2023 ha rilevato Credit Suisse dopo...
Banca centrale europea

La crescita del margine d’interesse nel 2023 ha fatto volare i bilanci delle maggiori banche europee, che quest’anno distribuiranno 120 miliardi di euro di dividendi, secondo le stime di Ubs. L’istituto svizzero che nel 2023 ha rilevato Credit Suisse dopo la crisi dello storico rivale ha sottolineato in un’analisi elaborata dal Financial Times che sommando le attività dei bilanci le banche europee quotate hanno promesso 74 miliardi di euro in dividendi e annunciato 47 miliardi di euro di operazioni per il riacquisto di azioni, per un totale di 121 miliardi di euro che andranno agli investitori.

Unicredit e Intesa sul podio per i dividendi

Il Ft sottolinea che le banche europee hanno presentato “un aumento del 54% rispetto ai rendimenti di capitale dell’anno precedente e molto più alto di ogni anno almeno dal 2007”. A guidare la corsa, Barclays che restituirà agli investitori e azionisti 10 miliardi di euro di profitto. A ruota due italiane: UniCredit distribuirà 8,6 miliardi di euro, l’intero profitto contabile non patrimonializzato del 2023 (su un totale di 9,5 miliardi di euro), e Intesa San Paolo metterà in circolo 7,72 miliardi di euro

La banca di Piazza Gae Aulenti ha guadagnato notevoli profitti spingendo sull’attività ordinaria di raccolta e investimento in Italia e Est Europa e destinerà le risorse ottenute agli azionisti archiviando quel “risiko bancario” fatto di scalate che si pensava Unicredit potesse mettere in circolo puntando attori come Monte dei Paschi di Siena, ipotesi sempre smentita dall’ad Andrea Orcel, o Banco Bpm. Intesa, invece, ha visto solidificarsi il modello di Carlo Messina fondato su un’attiva presenza di mercato nei settori chiave, dalla partnership con il settore pubblico ai finanziamenti alle imprese esportatrici, e ha potuto resistere a alcuni scossoni come il deprezzamento di investimenti immobiliari quali MilanoSesto.

Negli ultimi anni, i bilanci delle istituzioni finanziarie europee, esaminati da UBS, hanno mostrato un aumento significativo dei ricavi derivanti dal Net Interest Income, che rappresenta il margine di profitto da attività ordinaria degli istituti stessi. Nel complesso, il sistema europeo del credito remunerato ha registrato ricavi per un totale di 378 miliardi di euro, rispetto ai 270 miliardi di euro del 2021. Nonostante solo un modesto aumento del 2% nella quota di prestiti cumulati in circolazione in Europa nell’arco di due anni, i ricavi derivanti dal margine di interesse sui prestiti sono cresciuti del 28,5%. Questo indica che la maggior parte dei profitti delle banche proviene dalla differenza più ampia tra gli interessi addebitati sui prestiti e quelli pagati sui depositi. Che restano sostanzialmente vicini allo zero.

La manna dal cielo per le banche

È importante considerare che in Europa i profitti derivanti dal margine di interesse erano stati notevolmente ridotti nel decennio precedente a causa dei tassi di interesse prossimi allo zero. Le azioni intraprese dalle principali istituzioni bancarie, spesso in risposta alle politiche della Fed e della Banca Centrale Europea per contrastare l’inflazione, hanno avuto un impatto diretto sui bilanci delle banche. Il sistema finanziario europeo ha conosciuto una manna dal cielo che ha dilatato bilanci e marginalità a ogni livello, e questo invita a pensare a come, in prospettiva, il sistema bancario possa essere reso più solido dopo una sedimentazione dei profitti che, in larga parte, è avvenuta con esborsi delle collettività di cittadini e imprese.

Le banche europee dovranno, dopo questi anni, evitare nuove avventure speculative e proseguire sul percorso della patrimonializzazione indotta, in molti casi (come in Spagna e, in minor misura, Italia) da leggi sugli extraprofitti evadibili solo in caso di ricorso alla trasformazione di parte dell’utile in capitale proprio. Ovvero in una cassaforte di sicurezza per i cittadini e le imprese, capace di garantire una distribuzione fino a terra dei profitti accumulati.

Prossima mossa: la remunerazione dei depositi?

Rony Hamaui, economista della Bocconi, notava a novembre in un’analisi su Lavoce.info come la prossima mossa delle banche europee, favorite dalla contingenza e dal reddito a pioggia garantito dall’aumento dei tassi, potrebbe e dovrebbe essere la crescita della remunerazione sui depositi.

Hamaui prendeva spunto da un recente lavoro di uno degli economisti più noti d’Europa, Paul De Grauwe della London School of Economics, realizzato assieme a Yuemei Ji dell’University College of London i cui studi “mostrano come la pratica delle riserve abbondanti e remunerate offra alle banche, che generalmente raccolgono a breve e investono a lungo, una copertura gratuita ai rischi di tasso. Inoltre, essa provoca un rialzo dei tassi d’interesse sui titoli pubblici poiché offre agli intermediari finanziari una valida alternativa d’investimento.

Certo, “la remunerazione delle riserve riduce l’efficacia della politica monetaria poiché un innalzamento dei tassi d’interesse genera un aumento dei profitti e del capitale delle banche che attenua la stretta creditizia”. E questo potrebbe mettere in dubbio la fonte primaria di profitti dell’attuale ciclo di espansione delle banche, che hanno però l’opportunità di tornare a essere fattori di sviluppo per l’economia sul lungo periodo. E di stabilità per un’Europa che ha bisogno di perni economici per competere nel mondo globale.

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