L’Africa possiede oltre il 7% dei giacimenti mondiali non solo di petrolio, ma anche di gas naturale. Una ricchezza immensa quella sita nel sottosuolo del continente, che negli anni ha attirato l’interesse delle grandi case energetiche estere. Non solo Total, Royal Dutch Shell ed Esso, ma anche i colossi energetici della Cina, particolarmente presenti nell’Angola e nel Kenya. Tuttavia, lo sviluppo estrattivo della regione potrebbe subire un forte rallentamento nei prossimi anni, come evidenziato già dal mancato aumento della produzione del 2019.

Alla base del fenomeno, un livello troppo alto di pressione fiscale combinato alla necessità di investimenti infrastrutturali ingenti, che rischiano di non rendere favorevoli investimenti nell’area. L’esempio più emblematico è dato dall’Uganda, cui apertura del primo sito petrolifero del 2022 rischia di rimanere sospeso a causa del mancato accordo tra le società e gli organi centrali nazionali.

I governi hanno “fame” di imposte

Nonostante per le grandi multinazionali gli investimenti africani abbiano significato un mercato importante sul quale affacciarsi dopo la caduta dei colonialismi, adesso le cose potrebbero cambiare. Investire infatti in nuovi siti implica, come nel caso dell’Uganda o della provincia del Turkana, in Kenya, sviluppare idonee linee di gasdotti per consentire lo spostamento del prodotto. Non solo oleodotti, ma anche strade, ferrovie e sviluppo urbano per le abitazioni dei lavoratori. Ad onor del vero, impegno anche sociale che le multinazionali estere, soprattutto russe, arabe e cinesi, negli ultimi anni hanno rispettato, portando allo sviluppo di Paesi che, come l’Angola, hanno tratto beneficio generalizzato dalle collaborazioni internazionali. Lo sguardo lungo dei politici ha permesso di mantenere bassi i livelli fiscali per gli investitori esteri, a patto che contribuissero allo sviluppo del territorio.

Nell’Ovest africano in cui sono presenti in giacimenti (e non sono sotto l’influenza di Parigi), tutto ciò è generalmente accaduto. Lo stop è arrivato principalmente dai Paesi orientali e meridionali del continente, tediati anche da condizioni sociali decisamente peggiori rispetto alle controparti occidentali. Gli investimenti esteri sono qui stati scoraggiati dalle richieste troppo esose dei governi locali, interessati ad accumulare introiti per l’erario senza cedere il passo sullo sviluppo delle aree in cui l’industria estrattiva sarebbe avviata. Questo fattore è alla base del probabile stop delle esplorazioni in Uganda e Tanzania da parte dell’azienda petrolifera britannica Total, che ha già sottolineato come non sia intenzionata a portare avanti le trattative nel caso in cui le richieste dei Paesi non vengano ridotte. Ipotesi, questa, che sembra non percorribile da Kampala e Dar es Salaam.

Il Kenya cerca di avvicinarsi alla Cina

Diversa è invece la situazione che si è verificata in Kenya. Dopo la scoperta di un gigantesco giacimento petrolifero nel Turkana, il presidente keniota Uhuru Kenyatta ha ridotto le richieste che erano state fatte alla compagnia cinese ChemChina, col fine di incentivare lo sviluppo urbanistico della regione più povera del Paese. Considerando anche la presenza nell’area di compagnie statalizzate saudite grazie alla scoperta di un giacimento idrico nella stessa regione, tale accordo è stato avvantaggiato anche dalla natura meno esosa degli investimenti strutturali che ogni attore avrebbe dovuto compiere.

Anche la natura della divisione degli introiti fiscali tra Stato e regioni è stato studiato approfonditamente da Nairobi: il 5% delle entrate saranno destinate allo sviluppo statale della regione, percentuale destinata a crescere negli anni futuri. La lungimiranza keniota, sebbene possa ancora essere rivedibile, ha permesso al Paese ad essere uno dei pochi a godere di investimenti nel settore petrolifero africano degli ultimi anni; particolare che porta l’esecutivo a sperare nella crescita economica del Paese nei prossimi anni, coadiuvato dai nuovi partner internazionali di Arabia Saudita e Cina.

I rischi per la popolazione dell’Africa

Il mancato accordo con gli investitori esteri non è un rischio corso soltanto dai governi degli Stati (che perderebbero importanti tasse e forse qualche tangente), ma soprattutto della popolazione. Dato il sostrato economico che necessita ancora di importanti sviluppi, la mancanza di fondi liquidi provenienti dall’estero arresterebbe le opere di modernizzazioni dei Paesi. Situazione che si riverserebbe sulla popolazione, aumentando fame e povertà con il conseguente incremento del rischio di nuove guerre civili, che da anni già attanagliano il continente. Paradossalmente, ciò rischierebbe di fare il gioco degli investitori, andando a svalutare l’offerta per gli investimenti in una condizione nella quale i Paesi non si potranno però più esimere dal firmare gli accordi; rendendo totalmente inutili le resistenze degli attuali esecutivi e destinando l’Africa a nuovi decenni di sfruttamento senza adeguati investimenti in infrastrutture ed in tecnologie.