Dopo il vertice tenutosi l’11 novembre scorso tra i leader della Serbia, della Macedonia del Nord e dell’Albania, aveva preso forma la possibilità di creare una zona di libera circolazione tra i tre Paesi. Nella giornata del 21 dicembre tale accordo si è allargato includendo anche il Montenegro che fino al mese scorso aveva manifestato le proprie riserve nel progetto. Attualmente, gli unici Stati esclusi dall’accordo che riguarda i Paesi balcanici esterni all’Unione europea rimangono la Bosnia-Erzegovina, che attende ancora gli sviluppi sul fronte di Bruxelles, ed il Kosovo, scettico sulla libera circolazione soprattutto con la Serbia. Dopo il vertice di Tirana, il premier albanese Edi Rama si è detto fiducioso circa la possibilità che anche Pristina possa entrare in futuro nell’accordo, una volta sciolte le proprie riserve.

La libera circolazione balcanica

I Paesi dell’area balcanica che hanno siglato l’accordo internazionale col fine di creare una libera zona di circolazione di merci e persone speculare all’accordo europeo di Schengen sono gli unici attualmente interni all’Europa geografica esclusi dal’Unione Europea (assieme alla Svizzera ed al Liechtenstein). Mentre Serbia e Montenegro sono avviate verso l’adesione, l’Albania e la Macedonia del Nord – le cui pratiche di adesione all’Ue sono state attualmente sospese per le pulsioni del presidente francese Emmanuel Macron – rimangono con le speranze alte. Stando alle parole di Edi Rama, l’attuazione del trattato permetterà ai Paesi di aumentare la propria influenza internazionale e stimolando in primissimo luogo le economie locali. Inoltre, la cooperazione permetterà di superare il passato bellico della penisola balcanica, che potrà in questo modo lasciarsi alle spalle definitivamente lo spettro delle guerre di dominio della fine del secolo scorso.

Chi vince e chi perde

L’accordo di libero scambio tra i quattro Paesi balcanici è molto importante per gli sviluppi economici dell’area. Le merci della Macedonia e della Serbia avranno accesso alle acque del Mediterraneo, senza dover riconoscere dazi doganali che scoraggiano l’acquisto dei prodotti dei mercati di origine. Al tempo stesso Paesi come l’Albania ed il Montenegro possono contare sull’appoggio di economie più solide, dai cui commerci può dipendere lo sviluppo anche delle loro regioni. L’idea di fondo è quella di attirare investimenti stranieri una volta che le condizioni del mercato locale verrà stabilizzato, per permettere al mercato del lavoro di ripartire e spingere la domanda interna. Obiettivi ambiziosi, tuttavia alla portata delle nazioni in questione.

Da questo accordo, perde sicuramente l’Unione europea. La creazione di un sistema di libero scambio parallelo ed esterno a Schengen rafforza le economie balcaniche, che saranno in grado di dare impulso alla propria filiera produttivo. I costi ridotti dettati dal mercato del lavoro e dalla più bassa imposizione fiscale rischia di creare una fuoriuscita di investimenti che dall’attuale Ue si riverserebbero nell’asse balcanico. Con una nuova contrazione della produzione industriale di Bruxelles.

I rischi adesso provengono da Mosca

Per evitare ingerenze esterne all’Europa (in particolar modo della Russia, ma anche della Turchia), la Commissione europea è messa adesso davanti alla necessità di accelerare le procedure per integrare la Serbia e il Montenegro all’interno dell’Unione. Al tempo stesso, la possibilità che le pratiche di Tirana e di Skopje vengano riaperte da remota diviene possibile; nonostante la dura opposizione che viene portata avanti dalla Francia.

Nel corso del XX secolo, Mosca non ha mai nascosto le sue mire espansioniste nell’area balcanica, nonostante le dure resistenze dell’allora dittatore jugoslavo Tito e del primo segretario dell’Albania Honxa. Se un eccessivo clima ostile da parte di Bruxelles venisse captato però dai premier attuali, l’ipotesi di appoggio al colosso euroasiatico non è cosa remota, anche in virtù delle possibilità di sviluppo economico. L’accordo in questi termini sembra quasi profilarsi come un “ricatto” nei confronti dell’Unione europea, avvalorando le parole del premier albanese Rama riguardo all’importanza che in questo modo viene acquisita dai piccoli Paesi balcanici.

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