In primo piano ci sono le proteste della piazza, la rabbia di milioni di manifestanti, gli scontri con le forze dell’ordine e la legge sull’estradizione, l’ombra di Pechino e la minaccia dei carri armati. Dietro tutto questo, a Hong Kong, c’è dell’altro. Prima di tutto, la reale causa dell’odio quasi atavico di gran parte dei cittadini contro le autorità, ossia una diseguaglianza enorme tra i più ricchi e i più poveri, costretti a vivere in abitazioni più piccole di un box auto. Poi c’è la paura dei commercianti, degli imprenditori, degli uomini di affari che hanno contribuito a trasformare Hong Kong in uno dei centri finanziari e commerciali più importanti del mondo. E accanto, c’è anche la paura della Cina, che sta cercando in tutti i modi di spegnere un incendio complicato da domare.
Affitti a prezzo di saldo
Le violente manifestazioni di Hong Kong hanno colpito gli affari, tanto che, secondo quanto riportato dal South China Morning Post, i proprietari degli uffici situati nei grattacieli più costosi sono disposti ad addebitare a eventuali inquilini aziendali un token dal valore compreso tra 1 e 100 dollari hongkonghesi al mese per i primi tre mesi, in aggiunta a un periodo di affitto gratuito, sempre della durata di tre mesi. Mancano gli inquilini, ormai spaventati dai trambusti locali e non disposti a fare business in mezzo ai tafferugli, e molte aziende sono state scoraggiate, per lo più quelle provenienti dalla Cina continentale. Quindi: prezzo di saldo per i primi tre mesi di occupazione per un importo stracciato. Qualcosa di assurdo per il mercato immobiliare più caro di tutti, considerando che nella Central il valore al metro quadro si aggira intorno ai 322 dollari, più della West End di Londra (222,7 dollari) e Manhattan (196). I tassi medi di posti vacanti negli uffici sono schizzati alle stelle, il massimo negli ultimi 14 anni. Nella strada principale di Hong Kong, Caseway Bay, un negozio su dieci è vacante, e il prezzo dei loro affitti si è ridotto fino al 60%.
I divieti della dogana cinese
Dicevamo della paura della Cina. Pechino teme che la situazione possa sfuggire di mano, ma anche che l’opinione pubblica consideri il governo cinese impaurito dalle proteste. In ogni caso, il Dragone ha vietato le esportazioni verso Hong Kong di vestiti e tessuti di colore nero. Il motivo è presto detto: il nero è il colore utilizzato dai manifestanti, quindi l’obiettivo della Cina è colpire l’uniforme dei dimostranti. Sempre il South China Morning Post scrive che le consegne provenienti in città dal Guandong sono sottoposte a meticolose indagini. Al bando anche altri oggetti, tra cui gli elmetti gialli da cantiere, gli ombrelli del medesimo colore e le mazze ferrate.
La dogana cinese, dunque, ha l’obbligo di non prendere in consegna niente di tutto questo. Dopo il ritiro in via formale della proposta di riforma della legge sull’estradizione in Cina, la situazione potrebbe tornare gradualmente alla calma. Attenzione inoltre all’eventuale scelta di Pechino di sostituire l’attuale governatrice Carrie Lam con un governatore ad interim fino al 2022. Intanto, però, i danni all’economia di Hong Kong sono enormi e le loro cicatrici difficilmente si rimargineranno in poco tempo.