Il nuovo laboratorio economico della Cina? Un’isola tropicale poco più grande del Belgio, incastonata nelle caldissime acque del Mar Cinese Meridionale. Si chiama Hainan, ed è già salita agli onori delle cronache per almeno tre ragioni: il Wenchang Space Launch Site, uno dei principali porti spaziali del Paese da dove partono regolarmente lanci di razzi per mettere in orbita satelliti civili, commerciali e tecnologici; i centri sanitari all’avanguardia (ne abbiamo parlato qui) che stanno alimentando una silenziosa rivoluzione sanitaria con potenziali risvolti globali; e un paio di basi militari, la Yulin Naval Base vicina all’omonimo porto di Yulin e la più recente Longpo Naval Base, sulla baia di Yalong e dedicata a sottomarini nucleari e portaerei.

Il nostro interesse è però rivolto altrove. Non alle spiagge che hanno portato qualcuno a definire Hainan le “Hawaii cinesi”, bensì alla trasformazione che, a partire da dicembre, sta interessando questa provincia insulare, destinata a diventare una nuova frontiera offshore per beni e servizi.

Il cosiddetto Porto di Libero Scambio di Hainan (Ftp) è particolare per la sua natura: riguarda servizi e interazione interpersonale. I funzionari cinesi sperano infatti che l’upgrade di Hainan in una zona franca possa, in qualche modo, stimolare gli investimenti stranieri, consentendo ai beni che raggiungono almeno il 30% di valore aggiunto locale di entrare nella seconda economia mondiale senza dazi doganali.

L’esperimento economico di Hainan

Il Ftp, come spiegano i media cinesi, offre “cinque maggiori libertà e comodità” che toccano commercio, investimenti, flussi di capitali transfrontalieri, circolazione delle persone, e facilità di viaggio. Gli ultimi tre aspetti sono essenziali per alimentare i primi due e per rafforzare il settore dei servizi di Hainan.

Cosa significa in termini concreti? Quest’isola è ora un territorio doganale indipendente con procedure di arrivo e partenza uniche e più liberali rispetto alla cosiddetta mainland. Alcuni esempi? Il settore sanitario locale darà vita a un polo di attrazione per coloro che necessiteranno di trattamenti sperimentali non approvati in patria, mentre sul fronte spaziale Hainan fungerà da piattaforma di lancio e offrirà servizi factory-to-launch per soddisfare le esigenze satellitari di eventuali nazioni partner.

Non è un caso che il vicepremier cinese, He Lifeng, abbia recentemente invitato i funzionari dell’isola a “trasformare il porto franco di Hainan in un punto di accesso fondamentale per la nuova era di apertura della Cina al mondo”, spiegando che il progetto è stato una “importante decisione strategica” presa dal Partito Comunista Cinese “con un occhio alla situazione generale in patria e all’estero”.

La sensazione è che Pechino voglia plasmare una nuova Hong Kong. La strada è comunque in salita. Lo scorso anno il Pil di Hainan si è attestato a 113 miliardi di dollari – l’equivalente della 70a economia mondiale – una cifra che è ben lontana dai 407 miliardi di dollari fatti registrare dall’ex colonia britannica.

La scommessa della Cina

A Hainan è dunque in corso una liberalizzazione guidata dall’alto. Ma non solo: il Free Trade Port dell’isola rappresenta il banco di prova cinese per un nuovo modello di apertura, fondato sul rafforzamento istituzionale, sulla creazione di ecosistemi integrati e sulla cooperazione bilaterale.

Come ha osservato Nikkei Asia, se in passato Shenzhen ha svolto il ruolo di laboratorio del miracolo manifatturiero cinese, oggi Hainan segna un ulteriore passo avanti nel posizionamento della Cina verso una inedita fase di apertura e riforma, basata su una maggiore facilità di collaborazione tra attori economici e sullo sviluppo di servizi ad alto valore aggiunto.

L’obiettivo di Pechino, ha scritto il think tank ThinkChina, è trasformare Hainan in un terreno di sperimentazione per l’ “apertura istituzionale”: uno spazio capace di sostenere stress test di alto livello in ambiti come la governance dei dati, la tutela della proprietà intellettuale, l’economia digitale, la finanza, la mobilità dei talenti e l’allineamento agli standard più rigorosi del commercio internazionale.

Si tratta di riforme che la maggior parte delle regioni cinesi non è in grado di attuare autonomamente, ma che il modello di porto di libero scambio nato in quest’isola tropicale consente di sperimentare in modo sistemico.

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