Hanno studiato l’economia della Cina, con un occhio di riguardo per i settori sensibili che in un futuro non troppo lontano potrebbero trasformare il Dragone nel nuovo padrone del mondo. Hanno pesato i progressi di Pechino in campo tecnologico e capito che i cinesi sono molto più avanti in temi cruciali come ad esempio lo sviluppo delle reti 5G. Hanno infine scoperto i punti deboli del sistema commerciale cinese e intrapreso una guerra dei dazi per ostacolare la crescita esponenziale del Dragone. Eppure, nonostante la fatica, una Trade War in corso e minacce più o meno tangibili, gli Stati Uniti sono di nuovo al punto di partenza. Merito dei cervelloni di Xi Jinping, che hanno trovato il modo di eludere le trappole preparate da Trump.

Un piano da rifare

Il ragionamento di Washington è semplice. La Cina sta massacrando l’economia occidentale grazie ai suoi prodotti di consumo. che hanno letteralmente invaso i mercati di Europa e Stati Uniti. Molte di queste merci sono prodotte in Cina ma utilizzano alcuni componenti importati dagli Usa. Dunque gli Usa hanno pensato bene di applicare una serie di tariffe su buona parte del Made in China, ma anche di impedire alle aziende statunitensi di fare affari con Pechino. Huawei, ad esempio, necessita di particolari chip prelevati da imprese statunitensi e utilizza il sistema operativo Android; senza i nostri chip e il nostro ingegno – hanno pensato dalla Casa Bianca – i device del gigante di Shenzen diventerebbero inutili e addirittura non potrebbero più essere prodotti. Riequilibrare il disavanzo commerciale e stroncare sul nascere la concorrenza: il piano dell’amministrazione Trump sembrava reggere, e in effetti ha retto fino a poche settimane fa.

Nasce il chip autarchico

La Cina ha però trovato il modo non solo di bypassare la spada di Damocle delle tariffe, spostando le sue aziende di produzione in altri Stati asiatici limitrofi, ma anche di potenziare la propria industria così da non dover più dipendere da agenti esterni. Prendiamo nuovamente il caso Huawei: come riporta Nikkei Asian Review, Pechino è pronto a produrre il primo chip autarchico. Un’azienda cinese fondata nel 2016 sta per diventare il primo produttore di massa cinese di chip di memoria che andranno a sostituire quelli precedentemente importati dagli Stati Uniti. Il nuovo gioiellino della Cina è Changxin Memory Technologies, che negli ultimi mesi ha ridisegnato i suoi chip di memoria ad accesso casuale dinamici (Dynamic random-access memory, DRAM) evitando violazioni di brevetti altrui. Per il momento Changxin deve ancora fare affidamento a fornitori di attrezzature e progettazione americane, ma l’azienda è adesso salva da ogni potenziale accusa statunitense di furto di proprietà intellettuale. In un secondo momento Changxin inizierà a produrre i chip a Hefei, nella Cina orientale; qui la società ha investito 8 miliardi di dollari per la costruzione di un moderno impianto di produzione.

Hongmeng il 60% più veloce di Android

Sempre riguardo Huawei, la Cina avrebbe effettuato un altro scacco matto agli Stati Uniti. Circa un mese fa l’amministrazione Trump ha approvato due documenti con l’intenzione di estromettere l’azienda cinese dal mercato americano per motivi di sicurezza nazionale. Google ha successivamente ritirato la licenza a Huawei provocando una tempesta perfetta. Senza il sistema operativo Android gli smartphone cinesi sarebbero diventati inutilizzabili o quasi, potendo contare solo sulla versione base del software. Stando alle ultime indiscrezioni riportate dal Global Times, Huawei avrebbe accelerato la produzione di un proprio sistema operativo. Xiaomi e Oppo, due tra i più famosi smartphone cinesi, starebbero addirittura già testando Hongmeng, questo il nome della nuova creatura Huawei, che dai primi risultati sarebbe il 60% più veloce di Android. Ancora non si conosce la data di rilascio del sistema, anche se alcune fonti ritengono che la rivoluzione targata Shenzen possa avvenire il prossimo autunno.