Sale la tensione nel Golfo persico dopo il sequestro della nave britannica da parte dei pasdaran iraniani. Si tratta di un episodio che si colloca lungo una linea immaginaria fatta di una continua escalation tra la Repubblica Islamica di Iran e il mondo angloamericano, Stati Uniti e Gran Bretagna in particolare.

Truppe americane in Arabia Saudita?

Il sequestro della Stena Impero, nome della petroliera britannica, per un presunto mancato rispetto degli ordini impartiti dalla Guardia costiera iraniana, si somma al recente sequestro della nave Riah degli Emirati Arabi Uniti. In quel caso si trattava di contrabbando di petrolio. A migliaia di chilometri di distanza c’è d’altra parte una nave iraniana, la Grace 1, anch’essa in stato di fermo, sotto la giurisdizione della piccola Gibilterra. Violazione delle sanzioni Ue alla Siria, è stato il capo d’accusa contro la nave di Teheran. Un intrigo internazionale che sembra complicarsi ogni giorno di più.

Le ultime notizie ci parlano infatti di un primo dispiegamento di truppe americane in Arabia Saudita, principale partner militare ed economico statunitense nella regione. La guerra resta dunque una delle ipotesi percorribili, ma non ancora certa. Quali potrebbero essere però le conseguenze di un conflitto armato nella regione? Secondo un recente reportage di Bloomberg la crisi iraniani, se si concretizzasse in guerra, avrebbe delle importanti ripercussioni in particolare sul mercato del petrolio mondiale.

Tutto passa dallo Stretto di Hormuz

“Un lungo conflitto nel Golfo persico potrebbe aprire la strada per gli Stati Uniti e l’economia globale verso la recessione e accelerare anche la tendenza mondiale di abbandono dei combustibili fossili”. Così si legge nell’introduzione del reportage di Bloomberg. Una previsione che apparirebbe fin troppo tragica, non fosse che il portale d’informazione americano ha interpellato alcuni tra i più importanti esperti del settore petrolifero per avere un’idea più chiara sulle possibile conseguenze di un conflitto in Iran.

Il punto centrale della vicenda riguarda infatti lo Stretto di Hormuz, quella parte di mare che separa gli Emirati Arabi Uniti dal sud dell’Iran e dove, tra l’altro, è avvenuto il recente sequestro dell’imbarcazione britannica. In caso di conflitto, Teheran si troverebbe di fronte ad una scelta: chiudere definitivamente lo Stretto al passaggio di navi straniere, e quindi far scattare eventuali ritorsioni anche da parte degli Stati europei, oppure lasciare aperto il passaggio con il rischio di non riuscire a controllare eventuali infiltrazioni da parte di navi americane. In questo caso, è l’Iran dunque il soggetto più esposto a rischi.

Uno choc energetico senza precedenti

Diverso è invece lo scenario se si guarda al prezzo del petrolio. Nel caso di un “conflitto regionale”, che coinvolga quindi Iran, Arabia Saudita ed Emirati, il prezzo del petrolio potrebbe salire sino a 150 dollari al barile, provocando uno choc pari a quello della guerra dello Yom Kippur. Sarebbe proprio questo il fattore che, secondo Bloomberg, potrebbe arrivare addirittura a velocizzare l’abbandono del combustibile fossile. Una tendenza che sarebbe poi abbracciata subito da Stati come India, Giappone e Corea del Sud, i principali importatori di petrolio dalla zona del Golfo Persico.

In particolare l’India importa i due terzi del proprio fabbisogno energetico proprio da quella regione e un aumento improvviso del prezzo avrebbe delle ripercussioni importanti sull’economia nazionale. Ecco che prima ancora di rappresentare un conflitto militare, l’escalation in Iran è una partita a scacchi sul piano economico ed energetico. Tutti gli attori coinvolti sono ben consapevoli dei rischi cui porterebbe un’azione imprudente e saranno pronti a soppesare il rapporto in termini di costi e benefici.


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