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Gli occhi della Cina sono da tempo puntati oltre il Pacifico, verso gli Stati Uniti, e viceversa. Ma in questo inizio di settembre si può dire che Pechino e Washington si stiano scrutando con particolare attenzione. E non parliamo della presenza in Cina della nazionale di basket statunitense in occasione dei Mondiali che dimostrano come la palla a spicchi sia uno dei pochi fattori ad avvicinare ancora i due Stati, ma di uno dei punti cardine della rivalità geopolitica ed economica che li divide: la guerra dei dazi.

Trasversale alle grandi questioni che dividono Pechino e Washington, la guerra dei dazi è stata sino ad ora un conflitto “umorale”, i cui sviluppi sono dipesi in larga misura dai repentini cambi di rotta delle priorità del presidente Donald Trump e dall’intensità delle reazioni della Cina di Xi Jinping. Non è mai stato nascosto il ruolo funzionale della guerra commerciale alla volontà Usa di soffocare sul nascere l’ascesa della Cina a grande potenza tecnologica pronta a insidiare la supremazia di Washington nel decisivo settore dell’innovazione di frontiera, in cui i cinesi si trovano a condurre. Al tempo stesso, tuttavia, Cina e Stati Uniti hanno sempre dichiarato di considerare la loro rivalità temporanea e di pensare le sequenze di mosse e contromosse come funzionali alla stipulazione di un accordo commerciale a tutto campo che sani le asimmetrie tra i due giganti. Con Pechino desiderosa di penetrare i mercati Usa superando la barriera dei vagli del Cfius, il comitato di vigilanza sugli investimenti stranieri, e Washington che attraverso sanzioni e dazi mira a rallentare l’ascesa del Dragone.

Settembre sarà un mese-verità per la guerra commerciale. Come sottolinea Asia Times, a inizio mese sono entrate in vigore nuove misure statunitensi contro 125 miliardi di beni importati dalla Cina, a cui Pechino ha reagito con misure che colpiranno 75 miliardi di dollari di importazioni Usa concentrati nel comparto energetico e nel cruciale settore agroalimentare, dalla soia alla carne di maiale, presentando al contempo un reclamo all’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto) per quello che ritiene essere un atteggiamento scorretto da parte di Washington. Secondo il Ministero del Commercio di Pechino, gli Stati Uniti avrebbero violato l’accordo raggiunto dal presidente Usa Donald Trump e dal presidente cinese Xi Jinping nel bilaterale avuto al G20 di Osaka a fine giugno.

Questo renderà il settembre dei dazi un mese caldo. Il Wto dovrà esaminare la protesta cinese e capire come rispondere alla Repubblica popolare circa il suo procedimento anti-Usa, mentre al contempo Donald Trump dovrà capire se potrà permettersi di andare fino in fondo nella sfida a Pechino. Le elezioni 2020 incombono e il presidente teme un calo della crescita economica che ha trascinato i suoi consensi anche in una fase di stagnazione dei distretti de-industrializzati e rurali chiave per la sua elezione. Colpire le esportazioni dell’agricoltura Usa è strategico per la Cina dato che rimanda il pallone nel campo di Trump, mettendolo di fronte al rischio di trovarsi sotto il fuoco di un conflitto commerciale aperto in fase di campagna elettorale. Il presidente dell’American Farm Bureau Federation, Zippy Duvall, ha definito un “duro colpo alle migliaia di agricoltori e allevatori che già faticano ad andare avanti” la reazione cinese.

L’amministrazione Trump ha già aiutato gli agricoltori con 28 miliardi di dollari in due anni, ma per trovare conferma dovrà mantenere elevati i suoi consensi in quegli Stati (Kentucky, Tennessee, North Carolina, West Virginia e così via) a maggioranza rurale e legati all’export agricolo. Xi non ha problemi di questo genere, e colpisce Trump là dove fa più male: dalla reazione Usa capiremo che spazio ci sarà nei prossimi mesi per un ritorno alle trattative, che sarebbe l’opzione più desiderabile.

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