Il nuovo strappo tra Cina e Stati Uniti, questa volta, si potrebbe definire terra terra. Washington e Pechino, infatti, continuano il tiro alla fune commerciale e finanziario, in grado non solo di frenare i mercati delle due super potenze, ma perfino di azzoppare l’intero sistema economico globale, spostando l’attenzione verso dei materiali tanto minuscoli quanto preziosi, le terre rare.

In questi giorni, infatti, il Pentagono ha iniziato la prima fase di discussione con il governo australiano su un accordo che porterebbe all’importazione di terre rare richieste dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Le terre rare (lantanio, ittrio, cerio e samario) sono minerali le cui applicazioni sono davvero innumerevoli, soprattutto in elettronica. Si utilizzano per produrre superconduttori, microchip, magneti, fibre ottiche laser, schermi a colori, il tutto con riferimenti non casuali al settore militare. Tali componenti sono fondamentali in molti campi e per questo già presenti nella disputa commerciale. Il Paese asiatico ha aumentato le tariffe al 25% dal 10% sulle importazioni, mentre gli Stati Uniti hanno escluso gli elementi dalla propria lista della spesa in terra asiatica per un valore di circa 300 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti nondimeno devono alla Cina, il principale fornitore globale, circa l’80% dell’import di terre rare. Pertanto, non è poi una grande sorpresa l’arrivo dei nuovi attriti.

La Cina può seriamente mettere fine alla possibilità di esportare le terre rare negli Stati Uniti solo in risposta a un aumento dei dazi. Del resto Ellen Lord, sottosegretario Usa della Difesa per acquisizione e sostegno, si è portata avanti, scongiurando le conseguenza di un provvedimento simile con un incontro con i suoi omologhi australiani. L’Australia è infatti tra le prime quattro potenze al mondo per la presenza del coltan, dietro solo al Brasile, con il quale detengono una quantità pari al 57% del totale mondiale. La columbite-tantalite, o coltan, è considerato il petrolio 4.0 (non è rinnovabile, costa molto ed è parte integrante della nostra società) e viene utilizzata per la costruzione di turbine aeronautiche, per la produzione missilistica e nucleare, nel campo della telefonia mobile come ingrediente fondamentale per la batteria di cellulari, cerca-persone, personal computer, videogame e infine in medicina, in quanto alcune apparecchiature per funzionare necessitano dei microcondensatori al tantalio.

Insomma, Lord ha messo le cose in chiaro da subito: “La sfida è in realtà la lavorazione e avere le strutture adeguate per compierla. Spesso la Cina li estrae altrove per poi lavorarli nei centri urbani di Pechino. Stiamo quindi esaminando una varietà di meccanismi per sostenere gli impianti di lavorazione”.

Le riserve stimate in Australia sono pari a 3,4 milioni di tonnellate e nonostante la poca esperienza nel mining, alcuni esperti illustrano un trend in ascesa, con i produttori australiani capaci di sfruttare i tagli alla produzione cinese di quest’anno per approfittare di prezzi più favorevoli e una maggiore domanda. Il continente è pertanto nel mirino di alcune delle maggiori società giapponesi, con fondi che raggiungono anche i 1,5 miliardi di dollari.

La parola finale, tuttavia, sarà quella dell’amministrazione Trump. Il tycoon ha già emesso cinque decisioni presidenziali secondo cui i fondi del DoD (Dipartimento della difesa degli Stati Uniti) dovrebbero essere destinati allo sviluppo di una nuova applicazione delle terre rare. Il tutto con l’aiuto dell’azienda australiana Lynas, posta al centro del piano grazie a una miniera in Australia e a un impianto di lavorazione in Malesia, fucine di quantità rilevanti di terre rare, ma prive della capacità di gestire la separazione delle terre pesanti. Fattore richiesto per la maggior parte dei materiali in forze al Dipartimento della Difesa.

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