La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina sta per terminare. Washington non ha rispettato la data del 1 marzo come linea rossa da non superare. Entro quella data Trump e Xi Jinping dovevano trovare un accordo per evitare l’approvazione di nuove tasse sulle esportazioni cinesi. Così non è stato perché a quanto pare è nell’aria un importante summit tra i due Presidenti. Si parla di un incontro fatidico in vista del prossimo 27 marzo a Mar-a-Lago, presso la residenza di Trump in Florida.
Accordo in vista
La fumata bianca è dunque vicina. Sia Trump che Xi vogliono l’accordo per rafforzarsi internamente. Il Presidente americano deve far fronte alle indagini del procuratore Robert Mueller, e dopo il mancato accordo con Kim non può più sbagliare. Il leader cinese, invece, incrementerebbe la propria legittimità sia agli occhi del suo popolo sia della comunità internazionale. Ma soprattutto eliminerebbe un importante ostacolo che avrebbe potuto contribuire ad affossare la crescita economica del Dragone. Nessuno però dovrà dare l’impressione di aver concesso regali all’avversario. E allora le promesse varie di Pechino fanno pari con la riduzione americana dei dazi su 200 miliardi di beni importati dalla Cina. Restano tuttavia alcuni nodi e qualche incertezza da risolvere, per lo più legata alla tutela dei diritti di proprietà intellettuale, non sempre tutelati oltre la Muraglia. Nella Casa Bianca ci sarebbe poi una fronda di Falchi che vorrebbero il pugno duro di Trump su Pechino. Aumento dei dazi e stritolamento dell’economia di un contendente per l’egemonia globale. The Donald, al momento, sembra intenzionato a comportarsi diversamente. Salvo clamorosi colpi di scena come ad Hanoi, causati da possibili imbarazzi di politica interna.
Effetti limitati?
Per il momento resta dunque tutto congelato. Gli Stati Uniti non hanno calato la mannaia sulla Cina e non ci sono nuove tariffe all’orizzonte. Ma è lecito farsi due domande. La prima: a chi è convenuta la guerra commerciale sino-americana? Numerose aziende americane hanno subito un contraccolpo, ma certo è che Trump ha lanciato un segnale inequivocabile con una mossa assai azzardata. La Cina ha sofferto un po’ nei primi mesi, poi Pechino ha saputo dribblare o quanto meno evitare tragedie economiche. In sostanza, politicamente parlando, i dazi americani sono stati un’arma utile a lanciare un avvertimento al governo cinese. Il quale ha a sua volta dimostrato come l’economia sia globalizzata, e che una crisi interna avrebbe danneggiato anche Washington.
Una guerra commerciale simbolica ma inutile
Arriviamo al secondo quesito. Una guerra dei dazi era (ed è) davvero necessaria per limitare l’espansione della Cina? No, perché per diventare i numeri uno al mondo non basta avere il Pil più grande e l’economia migliore. Serve anche tanto altro, a cominciare da una marina di prim’ordine. Cosa che non possiede Pechino. Ma anche un’influenza culturale in grado di giustificare le influenze politiche esterne, sul quale Xi sta lavorando minuziosamente. Insomma, anche senza guerra dei dazi gli Stati Uniti sarebbero stati in grado di difendersi dagli assalti cinesi. Era però necessario lanciare un segnale, quindi Trump ha optato per le tariffe. Ora resta da capire come il Dragone si organizzerà in vista dell’immediato futuro. In base a questo avremo molte risposte.



