La crescente inimicizia tra Giappone e Corea del Sud potrebbe creare qualche problema alla produzione di chip e schermi per smartphone.

All’inizio di luglio infatti il governo giapponese ha deciso di rendere meno facile l’esportazione di tre materiali essenziali alla loro produzione. Le aziende che vorranno fornire alla Corea del Sud tali materiali avranno bisogno di uno speciale permesso governativo creando quindi un ostacolo alla loro fornitura.

Le coreane Samsung e SK Hynix controllano il 63% del mercato globale dei chip di memoria secondo la Korea International Trade Association e ricavano dal vicino Giappone quote rilevanti dei materiali necessari alla loro produzione. La decisione, accolta con preoccupazione da parte di Seul, è stata al centro di un lungo incontro tra rappresentanti dei due governi svoltosi pochi giorni fa a Tokyo e conclusosi con un nulla di fatto. Il presidente sud-coreano Moon Jae-in ha incontrato mercoledì scorso i rappresentanti dei maggiori produttori di smartphone del paese, tra cui Samsung e LG.

Se il Giappone giustifica la scelta accusando Seul di non riuscire a garantire che i materiali in questione non vengano ri-esportati ed utilizzati in paesi terzi per la costruzione di armi, è evidente come la questione si inserisca in un contesto di rapporti politici difficili.

In questo modo infatti trova risalto internazionale la recente escalation tra due paesi accomunati dalla vicinanza geografica, da una solida alleanza con gli Stati Uniti e da un alto livello di sviluppo economico e sociale. A dividere resta la storia e la sua appropriazione da parte di forze politiche moderne. La Corea non ha mai mandato giù le violenze subite durante la trentennale occupazione giapponese terminata con la sconfitta nipponica durante la seconda guerra mondiale.

Nonostante i due paesi abbiano normalizzato le relazioni diplomatiche e sin dagli Sessanta e il Giappone abbia risarcito economicamente le vittime del suo regime militare, i rapporti sono sempre stati freddi. Basti pensare che la Corea del Sud ha vietato fino al 1998 l’importazione di prodotti culturali giapponesi.

Al di là delle scuse ufficiali fatte dai governi di Tokyo, in nessuna delle due nazioni si è creato quel processo di conoscenza e reciproco riconoscimento che ha permesso ai paesi dell’Europa occidentale di superare gli orrori della seconda guerra mondiale e di creare uno spazio di scambio economico e culturale. Se quindi ci sarebbero molti elementi in comune ed entrambi i paesi si trovano inseriti nelle catene internazionali del valore, la diffidenza reciproca, soprattutto a livello politico, non è mai venuta meno.

Recentemente inoltre, la corte suprema sud-coreana ha riconosciuto il diritto per i suoi cittadini di rivalersi direttamente sulle società giapponesi che hanno utilizzato il lavoro forzato durante l’occupazione della penisola coreana, riaprendo ferite che sembravano chiuse da tempo.

Se pur negandolo quindi, è evidente come l’inasprimento delle relazioni tra i due vicini rientri tra gli elementi scatenanti la recente mossa a sfavore dei produttori di chip coreani. Mossa che apre gli occhi sull’Estremo Oriente, area geografica sempre più centrale dove però la logica nazionalista è sempre più difficile da limitare. È inoltre evidente come le politiche di guerra commerciale sviluppatesi tra Stati Uniti e Cina si stiano pian piano allargando a contesti vicini e spesso insospettabili. Al contempo, il rischio di un disimpegno americano nel Pacifico paventato dall’amministrazione Trump rischia di far venire meno il ruolo di potenza esterna riappacificante che fino ad ora aveva mantenuto la situazione sotto controllo.

Tutto questo avviene in un periodo di moderate aperture alla Cina del tutto inedite per il Giappone, sottolineato dalla recente visita del presidente cinese Xi Jinping durante il G20 di Osaka. Come si inseriranno i battibecchi con la Corea del Sud in un Pacifico sempre più multilaterale e a rischio di sbilanciarsi a favore di Pechino e a sfavore di Washington?

In tutto ciò, a dimostrazione del fatto che il problema vada ben al di là di una semplice questione commerciale, ben 36mila sud-coreani hanno firmato una petizione online chiedendo al loro governo di reagire alle misure nipponiche con azioni specifiche e, sui social media, molte persone stanno chiedendo il boicottaggio dei prodotti giapponesi.