Conoscere il passato per capire il presente e orientare il futuro. La massima scritta da Tucidide oltre duemila anni fa è perfetta per offrire alla Cina la possibilità di uscire indenne, o quasi, dalla guerra dei dazi in corso con gli Stati Uniti. Scavando nella storia apprendiamo che Washington, prima di puntare il mirino su Pechino, aveva combattuto una feroce guerra economica con un’altra potenza asiatica: quella contro il Giappone. La vecchia guerra commerciale con Tokyo raggiunse il picco a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, nel periodo in cui il governo nipponico, dopo decenni di sottosviluppo, stava cercando di superare economicamente l’Occidente.

Quando il nemico commerciale era il Giappone

Come fa notare il South China Morning Post, ci sono delle analogie tra la battaglia americana contro il Giappone e quella attualmente in atto con la Cina, ma anche alcune differenze che potrebbero suggerire al Dragone come evitare di fare gli stessi errori commessi dai giapponesi. Intanto cerchiamo di ricomporre il quadro storico per contestualizzare le due esperienze. Le frizioni economiche tra americani e nipponici sono iniziate intorno agli anni ’50 e in un primo momento riguardavano un settore in particolare, il tessile, salvo poi comprendere fibre sintetiche, acciaio e prodotti di consumo quali automobili, televisori e semiconduttori, ovvero alcune tra le merci fiore all’occhiello dell’export giapponese. Come riuscì il Giappone, da potenza disastrata e uscita a pezzi dalla Seconda Guerra Mondiale, a minacciare di rubare il trono economico agli Stati Uniti? Grazie a una politica statale che, per certi versi, ricorda quella cinese. L’industria giapponese è stata supportata e sostenuta dal governo con ogni mezzo, e questo ha consentito al Paese di sviluppare una filiera industriale di primissimo livello, che di lì a poco avrebbe generato le cosiddette Zaibatsu, cioè i grandi conglomerati industriali e finanziari famosi in tutto il mondo (Nissan, Toyota, Toshiba e tanti altri).

Una guerra commerciale fotocopia

Il Giappone riuscì nei primi anni ’80 a diventare il più grande fornitore di chip nel settore dei semiconduttori, allarmando gli Stati Uniti per eventuali effetti negativi sulla sicurezza nazionale. Ricorda qualcosa? Più o meno quanto è accaduto qualche settimana fa con l’azienda cinese Huawei. Ma le analogie non finiscono qui perché l’allora Presidente statunitense, Reagan, considerava il Giappone il nemico numero uno di Washington: le accuse andavano dal furto di proprietà intellettuale delle aziende nipponiche al dumping, fino al sospetto di politiche industriali sleali perché sponsorizzate dallo Stato. La Casa Bianca trovò il pretesto per punire le società giapponesi sia per presunto furto di tecnologia americana, sia per la vendita illegale di prodotti militari sensibili all’Unione Sovietica. Tokyo, alle strette, dovette firmare accordi con gli Stati Uniti per condividere le proprie competenze industriali in materia di semiconduttori con gli americani.

Differenze rispetto al passato

Se ci pensiamo bene, Trump sta attualmente adottando in chiave anticinese più o meno le stesse mosse usate negli anni ’80 e ’90 dagli Stati Uniti per arginare l’impeto economico del Giappone. Anzi, oggi The Donald è più morbido: nel 1985 gli americani imposero addirittura una tariffa del 100% sui semiconduttori giapponesi, altro che dazi al 20% o 30% su una parte del Made in China. In ogni caso la Cina, studiando quanto accaduto al Giappone, sa come evitare di fare la stessa fine di Tokyo. Pechino deve accelerare la cooperazione con i Paesi europei ed altri Stati come Israele per compensare i rischi derivanti dalle mosse americane. Solo così il Dragone rimarrà impermeabile agli effetti della guerra dei dazi. Difficilmente, poi, la Cina si arrenderà al potere degli Stati Uniti come invece fu costretto a fare il Giappone: il governo nipponico, all’epoca del conflitto commerciale, dipendeva dagli Usa per la sicurezza militare e non era sviluppato come oggi lo è la Cina. Pechino può inoltre contare su un immenso mercato interno, oltre che un discreto sviluppo tecnologico capace di competere con le conoscenze americane. Due differenze non da poco.