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Ecco chi guadagna e chi perde con l’impennata dell’euro

Mario Draghi è spaventato dall’impennata che ha avuto l’euro sul dollaro nelle ultime settimane. “L’euro sfiora 1,21 dollari, record dal 2015”, così titola ilSole24Ore. Quali sono dunque gli effetti di un euro così forte rispetto alla moneta americana e soprattutto...

Mario Draghi è spaventato dall’impennata che ha avuto l’euro sul dollaro nelle ultime settimane. “L’euro sfiora 1,21 dollari, record dal 2015”, così titola ilSole24Ore. Quali sono dunque gli effetti di un euro così forte rispetto alla moneta americana e soprattutto perché fanno passare notti insonni a Mario Draghi?

Perché l’euro si è apprezzato?

Anzitutto occorre far chiarezza sul motivo di questa cavalcata quasi inaspettata. Bloomberg sostiene che l’apprezzamento dell’euro sia il risultato di forze interne al Vecchio Continente. Secondo l’autorevole portale d’informazione finanziario, gli investitori avrebbero acquisito più fiducia nella moneta unica europea per due fattori: da una parte la crisi dei partiti euroscettici avrebbe ridato forza alla fiducia nella costruzione europea, dall’altra la crescita economica nell’area euro, data al 2.2%, avrebbe contribuito a questo clima di rinnovata euforia. Tuttavia Bloomberg omette di aggiungere altri fattori, sicuramente decisivi per questo balzo in avanti dell’euro. Forse c’è più demerito americano più che un merito europeo.





La crisi politica americana dietro la debolezza del dollaro

Se infatti da una parte c’è il salto in alto dell’euro, dall’altra c’è un crollo verticale del dollaro. Non è un caso che tale discesa avvenga in un momento di forte instabilità politica internazionale, dove gli Stati Uniti non stanno di certo uscendo vincitori. Le ultime due settimane hanno segnato infatti la definitiva vittoria del fronte russo-siriano e la fine delle velleità americane nella regione.

In contemporanea è cresciuta la tensione tra Washington e Pyongyang. Uno scenario che nonostante la prova muscolare lanciata dalla Casa Bianca vede la Corea del Nord non cedere nemmeno di un passo. Se il dollaro, fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, è stata proiezione di potenza americana nel mondo, oggi ne rappresenta il suo declino.

C’è un Paese in Europa che perde più di tutti

Ma chi beneficia di un euro apprezzato sul dollaro? A rigor di logica chi possiede la moneta più forte, in questo caso gli europei, è più avvantaggiato a comprare negli Stati Uniti piuttosto che ivi vendere. Ciò vuol dire che, durante questo periodo di forte apprezzamento conviene importare dagli Stati Uniti piuttosto che esportare.

Ora, dati alla mano il principale Paese esportatore europeo negli Stati Uniti è la Germania. Secondo un report dell’Aprile 2017 infatti la Germania importa dagli Stati Uniti beni per una cifra di 49 miliardi di dollari l’anno, mentre ne esporta per ben 114 miliardi di dollari, consegnando a Berlino la medaglia d’oro dell’esportazione dall’America.

L’Italia beneficia di un euro forte sul dollaro

Chi invece ne esce avvantaggiato sono quei Paesi che basano la loro economia su piccole e medie imprese che puntano su prodotti di qualità. L’Italia ne è un esempio lampante. Con moneta forte sono infatti i prodotti che puntano sul basso prezzo a risentirne di più. A conferma di ciò viene un’indagine portata dall’Institut Veblen di Parigi, nella stessa viene detto che le piccole e medie imprese europee che esportano negli Stati Uniti sono lo 0.7%. E qual è il Paese in Europa con il maggior numero di piccole e medie imprese? Proprio l’Italia, che ne conta più di 4 milioni, il 99,9% dell’intera economia dello stivale.

Draghi sente il fiato della Germania sul collo

Ed è proprio per questo che Draghi è molto preoccupato, tanto da arrivare a dichiarare che l’attuale valore di cambio dell’euro “rappresenta una fonte di incertezza”. E lo stesso Bloomberg irride Mario Draghi della Bce scrivendo: “È un po’ ironico che i vertici di Francoforte possano essere preoccupati per l’improvviso ritorno della fiducia nella moneta unica”. Proviamo a spiegare il perché di un simile paradosso.

L’euro forte sul dollaro, oltre a mettere in difficoltà la Germania nella sua bilancia con Washington, può ritardare quello che nel gergo economico è conosciuto come “tapering”. Ovvero la fine del Qauntitative Easing (QE) (il programma di acquisto dei bond europei lanciato dalla BCE). Perché l’apprezzamento dell’euro contrasta, seppur non in maniera troppo evidente, con la volontà di innalzare l’inflazione verso la soglia del 2%, che è proprio l’obiettivo del QE. E chi, tra gli Stati europei, sta da tempo spingendo per arrivare al “tapering”?

Sempre la Germania. Per due volte, lo scorso marzo e aprile, sono arrivate pressioni dalla Bundesbank affinché Mario Draghi ponesse fine al programma di acquisto dei bond europei. Ora dunque si può ben comprendere il conflitto interiore del Presidente della BCE. Un ulteriore ritardo sul tapering, previsto nel gennaio 2018, potrebbe infiammare gli animi in Germania e magari portare a un cambio di vertice a Francoforte, evento già preannunciato in primavera.

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