L’Italia è il Paese dell’industria di eccellenza che performa con grandi risultati all’estero e sostiene grazie all’export la residua crescita economica del Paese, ma che al contempo sconta problemi di sottocapitalizzazione ed è attenzionata dall’attività di fondi stranieri in cerca di affari. Lo conferma la storia recente del Gruppo Radici, azienda bergamasca fondata nel 1941 ed espansa nei decenni dall’originario focus sul settore tessile alla trasformazione in un grande player della chimica.
Basata a Gandino, nei pressi della Val Seriana, l’azienda da oltre 1,5 miliardi di euro di fatturato con la focalizzazione sui polimeri e le fibre sintetiche, presente in Europa, Americhe e Asia, ha mantenuto all’ombra del Monte Farno il suo quartier generale.
La scalata americana a Radici
Nella giornata di domenica, però, un’importante svolta ha interessato il Gruppo Radici. Il fondo di private equity statunitense Lone Star, forte di asset per 95 miliardi di dollari, ha annunciato di aver rilevato buona parte del business dell’azienda, per la precisione proprio la divisione chimica che rappresenta(va) la parte più profittevole dell’attività del gruppo guidato dai fratelli Angelo e Maurizio Radici, rispettivamente presidente e direttore operativo.
“Si tratta, volendo semplificare, del core business del Gruppo multinazionale seriano“, che oltre alle sedi produttive nel territorio è “suddiviso tra lo storico sito produttivo di Novara, su una superficie complessiva di oltre 350 mila metri quadrati dove principalmente si produce poliammide 66, e il gioiello di Zeitz, in Germania, uno stabilimento chimico che produce acido adipico tra i più avanzati al mondo”, sottolinea il Corriere della Sera nell’edizione di Bergamo, commentando che con Radici parliamo di asset che “il gigante tedesco della chimica Basf, che lo produce in strutture vecchie più di mezzo secolo, può solo sognarsi”.
Radici resterà concentrata sul suo business originario, il tessile, che è anche quello che produce il minor valore aggiunto. Il private equity spezzetta conglomerati storici concentrandosi sugli asset meritevoli di maggior valorizzazione, e a chi commenta le dinamiche industriali e di sviluppo non può non venire in mente l’impatto strategico che la perdita di controllo di attività tanto critiche da parte dei soggetti italiani rischia di promuovere. Specie considerato il fatto che in Lombardia e in Italia la chimica è stato un settore anticiclico: in un contesto di grandi criticità industriali, vedere la componente del Gruppo Radici passare in mani americane è un campanello d’allarme. Non è solo questione di brand e italianità ma di spostamento fuori dal sistema-Paese del centro decisionale sul futuro del comparto.
Centro e periferia
Resta in mano ai Radici un settore tessile anemico, pressato dalla concorrenza dell’Estremo Oriente e questo, in prospettiva, racconta anche il futuro del territorio industriale bergamasco e lombardo. I private equity cercano di valorizzare gli asset più redditizi, che restano ben incardinati nell’economia reale, ma a essere messe sotto pressione sono le periferie dei grandi territori produttivi. Esempi come quello di Radici raccontano le valli bergamasche, territori in cui dal commercio alla natalità molti indicatori parlano di uno stato di anemia, in un territorio che resta prospero ma vede le sue prospettive indicare diversi segnali di crisi. Raccontano anche di un mondo in cui un’industria famigliare e sottocapitalizzata rispetto a fatturati e mercati raggiunti si trova di fronte a allettanti e irrinunciabili offerte finanziarie che, inevitabilmente, condizionano il futuro dei territori.
La chiusura dell’affare-Radici è arrivata un giorno dopo che, sempre nella bergamasca, al polo innovativo e industriale del Kilometro Rosso, situato poco fuori la città sull’Autostrada A4 che porta a Milano, è andato in scena l’evento “Innovare per tornare a crescere”, promosso dall’ex sindaco e eurodeputato del Partito Democratico Giorgio Gori in una sede che è associata soprattutto al colosso della componentistica Brembo.
Gli osservatori più attenti dell’economia bergamasca analizzano che nel territorio prosperano il nucleo delle “imprese della A4” (da Brembo all’azienda chimica Siad, passando per la Tenaris) o i gruppi che riescono a radicarsi con una chiara identità sulla città, in cui il collettore ideale è la squadra calcistica dell’Atalanta a cui si sono associati, con vario titolo di sponsorizzazioni, diversi nomi importanti dell’economia orobica come Authoma, General Fruit, Gewiss...e lo stesso Radici Group. La cui storia di successo sarà ora americana, sulla scia dello sviluppo di un mercato che l’ha reso troppo grande per il territorio da cui proviene. Facendo scoprire che anche nei perni dell’economia nazionale esistono inevitabilmente un centro e una periferia.

