Google affonda contro Huawei. Dopo la promulgazione dell’ordine esecutivo con cui l’amministrazione Trump ha imposto lo stop alla fornitura di componenti software o hardware ai colossi tecnologici dei Paesi rivali (“Executive Order on Securing the Information and Communications Technology and Services Supply Chain“), la multinazionale di Mountain View ha imposto un vero e proprio cordone sanitario nei confronti dell’azienda di Shenzen, aprendo al blocco degli aggiornamenti Android per i suoi dispositivi.

Tutto questo non deve sorprendere. La guerra di Trump e degli Usa contro Huawei, al momento, ristagna a causa delle rigidità dimostrate dai Paesi europei sul fronte del bando al 5G cinese (Francia, Germania, Olanda e Italia non ne vogliono sentir parlare), e agli Stati Uniti risulta necessario sfoderare tutte le armi a propria disposizione. Per non dover capitolare con disonore, a costo di far cadere l’irenica ipocrisia sulla “neutralità” e l’universalità delle reti internet. Il web resterà universale, per Washington, solo finché gli Stati Uniti saranno in grado di controllarne l’accesso e i traffici dati.

Del resto, come ha sottolineato Limes in un numero recente dedicato proprio alle reti web, “il dominio informatico globale statunitense deriva dalla complessa interazione tra la comunità d’intelligence federale e i giganti della rete, noti comunemente come Gafa (Google, Amazon, Facebook, Apple), a cui si aggiungono aziende mature come Microsoft e società dall’economia immateriale come eBay, PayPal, Airbnb” e così via. I Gafa, da soli, controllano l’80% dei dati scambiati a livello globale, i quali fanno gola a organizzazioni come la Nsa. In questo contesto, la sfida di Huawei di coniugare espansione nel mercato mondiale degli smartphone e supremazia nella corsa al 5G risulta intollerabile per gli apparati di potere a stelle e strisce. Nei quali il big tech è consapevolmente, e lucrosamente, integrato.

Huawei rappresenta il “gancio destro” della sfida cinese alla supremazia informatica statunitense, complementare all’avanzata dei Bat (Baidu, Alibaba, Tencent) nel tentativo di ridurre l’egemonia della Silicon Valley nel controllo dei dati. Ma Huawei, a suo modo, fa gioco a sé: come azienda privata assurta al ruolo di campione nazionale, come brand capace di inserirsi in cima alle classifiche della telefonia mondiale senza perdere l’obiettivo strategico del 5G. In un certo senso, la mossa del governo Usa ricuce, o forse completa, un’asimmetria: “essendo la questione squisitamente politica, va oltre le regole di mercato, e un Paese può bloccare un software se lo considera pericoloso per la sicurezza nazionale”, sottolinea Il Messaggero. “Il che è esattamente ciò che già accade in Cina da anni proprio con i servizi Google, che lì sono banditi al pari di tutte le principali piattaforme social occidentali. Un paradosso che vedeva il principale colosso tech del Dragone legato a doppio filo con l’azienda di Mountain View, di cui il governo cinese diceva esplicitamente di non fidarsi”.

D’altro canto, tuttavia, un assalto concentrico del big tech Usa a Huawei, guidato da Google su istigazione degli apparti Usa, potrebbe finire per risultare controproducente. Spingendo Huawei, già leader mondiale per la vendita di telefonini, a spingere la competizione nel campo del sistema operativo, su cui l’Impero di Mezzo potrebbe investire massicciamente, e di una crescente sinergia con le nuove reti 5G. La cui realizzazione non risulterà intaccata dalla scelta di sistema operativo che farà il gigante di Shenzen. Sul lungo periodo, anzi, il rischio per la Silicon Valley è di trovarsi di fronte una Huawei agguerrita capace di togliere alla sua disponibilità una quantità di dati impronosticabile al giorno d’oggi, sfruttando la terna hardware-software-rete 5G di costruzione propria o, comunque, nazionale. Il +39% di ricavi e il +8% di profitti fatto segnare da Huawei nel primo trimestre su base annua, del resto, testimoniano come l’azienda sia capace di agire in maniera resiliente anche nel momento di massima esposizione.

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